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LA PETROLIZZAZIONE DELL’ACQUA

di Riccardo Petrella, dal sito www.cipsi.it

 

Autore: Sempronio
Data: 08/08/03 - 04:51

 

I fautori della “petrolizzazione” dell’acqua hanno vinto al 2° Foro Mondiale dell’Acqua tenutosi all’Aja dal 17 al 22 marzo scorso. Malgrado l’opinione largamente diffusa fra i 4.600 partecipanti, favorevole al riconoscimento dell’accesso all’acqua per tutti come un diritto umano e sociale imprescrittibile, i rappresentanti governativi di più di 130 Stati hanno adottato una Dichiarazione ministeriale nella quale non fanno alcun riferimento al principio del “diritto umano” ma affermano che l’accesso all’acqua per tutti deve essere solo considerato come un “bisogno vitale”. Inoltre, in coerenza con tale affermazione, hanno sostenuto che per assicurare una gestione “efficace” dell’acqua in tutto il mondo questa deve essere oramai considerata principalmente, come un “bene economico” (e non solo come un “bene sociale”), il cui valore deve essere determinato sulla base del “giusto prezzo”, fissato del mercato nell’ambito della libera concorrenza internazionale, secondo il principio del recupero del costo totale.

Mai, prima dell’Aja, la mercificazione dell’acqua e la via libera alla sua privatizzazione avevano fatto l’oggetto di una legittimazione politica cosi esplicita, chiara e mondiale. Eppure, nel 1977, in occasione della prima grande conferenza delle Nazioni Unite sull’Acqua (a Mar del Plata in Argentina), i governi dell’epoca avevano affermato che “tutti gli esseri umani hanno il diritto di accedere all’acqua potabile”. Ciò fu ribadito dalle Nazioni Uniti nel 1981 allorché lanciarono il “Decennio internazionale dell’acqua”. Addirittura, gli Stati membri dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) si dettero nel 1984 come “obiettivo 20” di una Politica per la Salute per tutti di fare in modo che “nell’anno 2000, tutte le popolazioni dispongano di un approvvigionamento soddisfacente d’acqua potabile”.

La realtà è, in effetti, che le scelte politiche di società dei nostri dirigenti, soprattutto a partire della metà degli anni ’80 — inizio anni ’90, non sono più quelle degli anni ’60 e ’70. Già alla conferenza internazionale sull’acqua e l’ambiente di Dublino, nel 1992, la svolta politico-ideologica è evidente : secondo i ministri dell’epoca il quarto principio fondamentale di una politica mondiale dell’acqua è di considerare l’acqua come un bene economico; e di precisare che il diritto ad un’acqua salubre ed ad una igiene adeguata implica la fissazione di un prezzo “abbordabile”.

All’Aja ha vinto l’alleanza-collusione tra le tre componenti sociali della nuova “classe dirigente mondiale”, emerse nel corso degli ultimi trent’anni. La prima componente è rappresentata dai dirigenti economici, finanziari e tecnici delle 40.000 imprese multinazionali i cui interessi e le cui strategie pesano enormemente sull’evoluzione del mondo. Questa componente era massicciamente presente, ed influente, all’Aja attraverso la Suez-Lyonnaise des Eaux, Vivendi, Biwater, Nestlé, Nuon, ecc. La seconda è rappresentata dai dirigenti politici nazionali ed internazionali, la grande maggioranza dei quali ha adottato non solo il linguaggio ma anche i valori di cui sono portatori i paladini di una società capitalista di mercato mondializzata, liberalizzata, deregolamentata, privatizzata, competitiva. I ministri firmatari della Dichiarazione dell’Aja non hanno fatto eccezione alla regola. Hanno firmato senza gran discussione tra loro. Ora, il testo della Dichiarazione e gli importanti rapporti “ufficiali” distribuiti al Foro, sulla base dei quali la Dichiarazione è stata elaborata, furono redatti dai rappresentanti della terza componente, cioè dal gruppo di “tecnocrati mondiali” (scienziati, esperti, alti funzionari d’organizzazioni internazionali, esponenti del mondo dei media...) riuniti precisamente in “Comitati”, “Commissioni”, “Panels”, senza uno statuto giuridico-politico chiaro, a cui però sono delegate, o che si arrogano, a livello mondiale, “poteri” e funzioni d’associazione, d’animazione, d’orientamento e di decisione “politica” determinanti. All’Aja è stato il caso del “Consiglio Mondiale dell’Acqua”, del “Global Water Partnership”, della “Commissione Mondiale dell’Acqua per il 21° secolo”, organismi notoriamente creati o sostenuti dalla Banca Mondiale.

Da una decina d’anni, l’alleanza-collusione tra le tre componenti ha spinto le nostre società a sacralizzare la logica del capitale merce e del capitale finanziario. Tutto diventa mercato ed è ridotto ad una merce, compresa la vita e compreso il diritto alla vita. Affermare che l’accesso all’acqua non è un diritto umano e sociale ma piuttosto un bisogno vitale da soddisfare ad un prezzo “abbordabile” sul mercato, significa negare il diritto alla vita a più di 1,6 miliardi di persone che secondo l’OMS non hanno oggi accesso all’acqua potabile sana e negarlo, altresì, ai più di tre miliardi che nel 2020 non avranno la possibilità di pagare nemmeno il prezzo “abbordabile”. Inoltre, lasciare al mercato ed al capitale privato la responsabilità di gestire l’accesso al “bisogno vitale”, rappresenta da parte dei poteri pubblici un atto di abbandono del loro ruolo di promotori e di garanti dei diritti umani e sociali. Significa anche dare via libera alle “guerre di conquista dell’acqua del mondo”.

La Dichiarazione dell’Aja costituisce un forte regresso sul piano dei diritti umani e sociali. Simbolicamente dà la misura di ciò che è capace di fare la nuova classe dirigente mondiale. E’ tempo d’organizzare su scala mondiale la difesa, la riconquista e la promozione del diritto alla vita per tutti. Questo sarà l’obbiettivo della “Campagna Mondiale per il Diritto Umano all’Acqua” che sarà lanciata entro la fine dell’anno in Italia ed in altri paesi dei cinque continenti dal Comitato per il Contratto Mondiale dell’Acqua.


 

Re: LA PETROLIZZAZIONE DELL’ACQUA

un commento di Carpanix

 

Autore: Carpanix
Data: 11/08/03 - 14:16

Caro Sempronio

Ho letto con grande interesse l’articolo “La petrolizzazione dell’acqua”. Oltre che con grande preoccupazione ed anche un po’ d’ira [tranquillo: non nei tuoi confronti!]. Cerco sempre di controllare l’ira, perché porta a compiere passi falsi e ad assumere toni controproducenti, quindi mi limiterò ad esporre alcune personali osservazioni in un modo che spero risulti piano, pacato e credibile.

La manovra della commercializzazione dell’acqua è comune a quella della commercializzazione di qualsiasi altro bene: prima si costruisce una necessità, poi la si sfrutta.

Nel caso dei beni primari quali acqua e alimenti, ciò parrebbe particolarmente facile ed immediato, poiché la necessità è implicita. Purtroppo non è così, perché gli uomini poco “organizzati” tendono a essere autosufficienti nel procurarsi i beni primari, rendendone impossibile un efficacie sfruttamento commerciale [questa è anche una delle ragioni che permettono di spiegare come sia possibile che in alcune regioni del mondo si possa vivere con redditi pro-capite di pochi dollari al mese: semplicemente gran parte dei beni di prima necessità non vengono acquistati, ma prodotti in prima persona o ottenuti per mezzo di forme di commercio “parallele”, ovvero non basate sul denaro e quindi non registrate dalle statistiche].

Ecco una mia estrema semplificazione della storia dell’acqua in Italia, nel corso del secolo appena conclusosi.

L’acqua è rimasta per lungo tempo l’unico “alimento” disponibile in natura senza alcuna lavorazione: niente coltivazione, niente attese -- semplicemente, fino a pochi decenni fa, bastava avvicinarsi ad una fonte d’acqua pulita e bere o prelevare liberamente il necessario o anche più del necessario.
Ancora mio padre, classe 1935, suole raccontarmi di quando, bambino, beveva l’acqua del Tanaro durante le proprie giornate estive di gioco lungo le sponde del fiume. Il Tanaro all’altezza di Alessandria! L’avete presente? Bere oggi quell’acqua consisterebbe in un “suicidio sanitario”!
Mio nonno, classe 1911, mi raccontava di una situazione ancora migliore, quando i lucci si pescavano con la fiocina nei fossi lungo le strade delle campagne dell’alessandrino, e l’acqua di molti dei fossi stradali [sorgiva e di affioramento, prima ancora che di scorrimento] poteva essere bevuta impunemente. Acqua sorgiva e pesci nei fossi delle strade, oggi inesorabilmente asciutti!
Ebbene, la situazione descritta era la condizione di gran parte del nostro sistema idrologico ancora negli anni ’40. Si tratta di condizioni reali e normali, non di una idealità astratta -- chiedete agli anziani.

Purtroppo si tratta di condizioni non più reali.

Per trovare una fonte di acqua pulita liberamente disponibile ’in loco’ senza lavorazioni preventive, occorre armarsi di un mezzo di trasporto efficiente e spostarsi in alcune aree [non tutte] montane ancora relativamente poco antropizzate. Questa non è una situazione normale, non per un territorio quale quello italiano.

Ciò che ha portato a questa situazione sono il perseguimento e l’ottenimento di uno stile di vita incompatibile con la quantità di persone che ne godono su una determinata unità di territorio [sarebbe meglio dire: che lo praticano, poiché non è che ci sia poi così tanto da goderne…]. Il processo, a mio umile avviso, ha avuto inizio quando si è deciso di realizzare reti di distribuzione centralizzate di beni primari, acqua in testa.

I primi acquedotti non dovevano sottoporre le acque prelevate a chissà quale trattamento prima della distribuzione, poiché l’acqua era già pura o relativamente pura al prelievo. Era sufficiente una lieve disinfezione per evitare che il ristagno in tubatura producesse sgradevoli proliferazioni di organismi patogeni. Il costo, al di là degli impianti, era basso e poteva essere agevolmente assorbito in larghissima misura dalle finanze pubbliche.
La costruzione su larga scala degli acquedotti e la capillare diffusione casa per casa del loro servizio fu vissuta come un passo positivo: poter avere l’acqua in casa parve un lusso da nababbi, così che tutti si adoperarono per procurarsi questo tipo di comodità.

E’ un vero peccato che questa indubbia comodità dovesse essere sfruttata come un pericolosissimo cavallo di troia per porre un’arma micidiale nelle mani di coloro che gestiscono i poteri.

Allontanando l’utilizzatore dalla sorgente fornitrice, rendendolo dapprima non desideroso e in un secondo tempo incapace di procurarsi un approvvigionamento autonomo, si cominciò a coltivare una pericolosissima inconsapevolezza del percorso e delle metodologie dell’approvvigionamento stesso. L’acqua scorre abbondante dal rubinetto: non importa da dove proviene, né come è stata ottenuta! Si stabilì in questo modo una sorta di “delega in bianco” per il sostentamento della propria stessa vita.

Gli anni passarono. L’incapacità di procurarsi un approvvigionamento autonomo divenne, sempre nell’inconsapevolezza generale, impossibilità di procurarselo, inizialmente a causa dei maggiori consumi determinati dalla facilità d’accesso all’acqua, successivamente anche a causa della insufficienza delle fonti naturalmente a disposizione. Ancora oggi è comune sentir ripetere a pié sospinto: “La carenza d’acqua è un problema dei Paesi in via di sviluppo, non nostro!”. Del resto, aprire un rubinetto e vederne sempre sgorgare copiosamente acqua parrebbe confermare questa superficiale impressione.
Vivere l’acqua come un bene proveniente dal rubinetto anziché dal proprio ruscello, dalla propria sorgente, dal proprio pozzo o dalla pompa a mano nel proprio cortile [che sempre evidenziano l’ abbondanza o la penuria della risorsa disponibile], portò a perdere la sensazione netta del legame strettissimo che intercorrere tra l’acqua, il territorio e la sua popolazione. L’acqua divenne una entità impersonale ed astratta, la purezza della quale veniva data per scontata. Si consentì così di buon grado che le acque di superficie divennissero sempre più contaminate, partecipando con un’alzata di spalle al processo.
Questo fatto rese indispensabile ricorrere a fonti sempre più lontane, sui monti, o sempre più profonde, nel sottosuolo; in entrambi i casi, comunque, non alla immediata portata delle torme di cittadini [solo ’cittadini’ o anche ’campagnoli’?] ignari, avidi consumatori di una risorsa che non sapevano essere sempre più rara. La risorsa stessa non poteva più essere impiegata senza prima sottoporla in moltissimi casi a un processamento complesso e costoso per assicurarne la “potabilità”, almeno dal punto di vista legale.

Si era negli anni ’50 e ’60. L’arma era pronta: il vertiginoso baby-boom di quegli anni provvide a riempirne il caricatore, aggravando ulteriormente il divario tra risorsa disponibile e risorsa necessaria, nella più totale indifferenza di generazioni ormai pienamente avvezze alla “mentalità del rubinetto”, rendendo ancora più perniciosi i danni apportati dall’inquinamento civile e industriale, a loro volta spinti verso quote siderali. [Non mi soffermo oltre su questo punto perché, se hai letto gli altri miei post su questo forum, penso che tu ne abbia fin sopra i capelli delle mie “tirate” contro la sovrappopolazione locale e globale.]

Il cambiamento culturale che ci sta portando da oltre un decennio [dovrei scrivere “che ci ha portati”?] a sostituire una visione sociale della comunità con una sua visione commerciale non sta facendo altro che tirare il grilletto.
Come accade quando la filosofia del mercato è dai più considerata la norma, se un bene è indispensabile e non è facilmente disponibile per tutti al di fuori di un sistema organizzato, qualcuno cerca di accaparrarsene la maggior quantità possibile al fine di speculare sulle necessità altrui. Il processo di allontanamento del singolo dalle fonti dell’acqua della quale ha assoluta necessità e la distruzione di gran parte di queste fonti, hanno fornito il mezzo per rendere atroce una filosofia di questo tipo, applicandola ad uno dei beni in assoluto più irrinunciabili per la vita.

Alla luce di queste considerazioni, il risultato che abbiamo sotto gli occhi non dovrebbe stupirci più di tanto. Ovviamente, ciò non sminuisce il problema, né rende meno odiose le operazioni alle quali veniamo assoggettati in questo momento. Mi chiedo però quanti siano veramente consapevoli dei termini oggettivi della questione e delle sue reali radici e quanti sono disposti a “vedere” questa scomoda situazione. La comprensione delle origini di un male, fornisce spesso una chiave per l’estirpazione del male stesso ma, come si sa… non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Un saluto
Carpanix

 

P.S. - Ribadisco che quanto espresso è il frutto delle riflessioni sulla personale osservazione della realtà che mi circonda. Non posso asserire che si tratti di una verità provata. Verifica autonomamente la veridicità delle mie opinioni e regolati conseguentemente ai risultati che otterrai. NON fidarti dei dati propinati dagli organi di informazione ufficiali!


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