da Marco Aurelio, 27/08/2005
| NO GLOBAL - INGENUITÀ E ILLUSIONI |
| di Geminello Alvi |
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Se la Cina un bel giorno si trovasse ad avere le stesse macchine pro capite del
Giappone vi circolerebbero almeno 640 milioni di auto. Ipotizzando per ogni auto
la necessità di circa 0,02 ettari di asfalto come in Europa, la Cina avrebbe
bisogno di una superficie equivalente a oltre la metà degli ettari delle sue
risaie. E per conseguenza, prima ancora di inquinarci, la Cina morirebbe di fame.
Chi si ritrovi in questi giorni al Social Forum di Firenze ha dunque molte ragioni
per dubitare che consumi e crescita dei mercati bastino a tutto. Come del resto sosteneva
l’economista Karl Polanyi, alle cui tesi si ispirano i relatori del Social Forum
più avveduti. Costui, socialista ma non marxista, criticò la capacità
del mercato di autoregolarsi e spiegò perché la terra non fosse e non dovesse
trattarsi come una merce. Tesi con cui certo concorderebbero quegli altri asiatici
che da un giorno all’altro si sono ritrovati il riso che coltivano dai primordi brevettato
da una multinazionale. Né sfigurerebbero a Firenze i Fisiocratici, quegli economisti
settecenteschi che riconoscevano nella Natura l’unica fonte di ogni produttività.
Del resto la velocità con cui si produce, ovvero quella produttività di
valore aggiunto a cui troppo si è badato, non serve quando si deve misurare
l’effetto serra. Negli studi recenti sulle grandi foreste tra il Canada e gli Stati
Uniti si bada a una velocità ben diversa. Pare che quelle foreste possano diffondersi
di circa mezzo chilometro l’anno. Ma un aumento della temperatura di uno o due gradi
nel giro di trent’anni richiederebbe a quelle specie d’alberi di spostarsi di cinque
chilometri all’anno per non estinguersi. Velocità della natura e dell’industria
non s’accordano. Riprova di quanto già è stato evidente con mucca pazza:
la produttività che il mercato richiede alle mucche non era quella concessa
dalla biologia. E a ben pensarci pure i sempre più frequenti elogi della lentezza
implicano che la natura si debba distinguere dal mercato. Come spiega bene Wolfgang
Sachs nei suoi studi, un sociologo tedesco che è tra i più autorevoli al
Social Forum. E, fin qui, ci siamo, il dissenso da Adamo Smith e dai liberisti oggi
è non solo lecito e imposto dai fatti, ma ha una sua coerenza. Sebbene per un
eccesso di zelo il Wwf drammatizzi troppo, dichiarando che resterebbero alla terra
pochi decenni, ma fidandosi delle assunzioni inappropriate del Living Planet Report.
Malgrado le esagerazioni, non poche, va però ammesso che sia il tentativo di
spiegare la crisi ecologica in atto e sia la sfiducia nell’autoregolarsi del mercato
si giustificano. Le cose invece si complicano quando a questi intenti i relatori e le sfilate di Firenze sovrappongono propositi di giustizia planetaria. Giacché, agitando le immagini del fotogenico Che Guevara, reclamare che per aiutare il Sud del mondo si debbano aprire le frontiere è poco sensato per degli ecologi. Abbassare i dazi significherebbe annientare l’agricoltura della Ue, anche quella biologica che non sopravvivrebbe senza aiuti. Come fare il tifo inoltre per l’afflusso di sempre più immigrati se la popolazione ottimale in termini di sostenibilità ambientale in italia sarebbe di 30-38 milioni? E una cifra anche minore potrebbe anzi dedursi proprio dagli studi del Wwf. E come accordare l’auspicabile auto a idrogeno e il diffondersi dell’energia solare con gli interessi petroliferi di Nigeria o Indonesia? Insomma non è affatto evidente che l’ecologismo si accordi alla idea di giustizia terzomondista che i giovani reclamano a Firenze. La cittadinanza globale, il cosmopolitismo di massa reclamato da no global e sinistre s’accordano male con la riscoperta del localismo. E come credere dopo l’11 settembre alla pretesa multietnica che le culture siano tutte digeribili o assimilabili? Tra esse esiste piuttosto una gerarchia, che spiega ad esempio perché si fugga da certe nazioni per altre. E, piaccia o no, l’ecologismo è figlio dell’Occidente e della sua cultura; in Arabia Saudita, o nella marxista Unione Sovietica non sarebbe durato un giorno. Ma soprattutto come è pensabile affidare il riequilibrio di risorse tra Nord e Sud all’Onu o a qualche forma di governo mondiale? Non sanno i no global che 3/4 degli Stati aderenti all’Onu sono retti da forme di governo non del tutto democratiche? E queste élite corrotte chi rappresenterebbero? La Tobin Tax, o prezzi più alti imposti non si capisce come alle materie prime, finirebbero come già buona parte degli aiuti: nei conti cifrati delle banche svizzere. È pur vero che almeno quelle sono banche serie, non come quelle di Guevara che fu banchiere centrale da burla. Come si accorderà poi lo stakanovismo di uno stalinista come era costui, che incitava al superlavoro, con l’elogio della lentezza a cui tengono gli ecologi? Contraddizioni in seno al popolo. Certo è dubitabile che la sostenibilità ecologica possa essere orientata dai mercati. Ma è non meno dubbio che essa si accordi ad un’idea di giustizia planetaria costruita su di un antioccidentalismo preconcetto, da marxisti frustrati. La situazione ambientale sta divenendo insostenibile non solo per le colpe dell’Occidente. Perché sarà anche vero, come si ode a Firenze, che in Brasile la quota del Pil che va alla metà della popolazione più povera è diminuita. Ma non era facile aumentarla con una popolazione che in poco più di vent’anni è cresciuta di 50 milioni di persone. Però della demografia nel Sud del mondo i cortei di Firenze non vogliono accorgersi. Dalla loro riscoperta di economisti arcaici o eretici è escluso Malthus, il teorico della sproporzione tra la crescita della popolazione e quella dei raccolti. Eppure il boom della popolazione mondiale nuoce alla natura almeno quanto una percezione solo mercantile delle risorse. Ma di essa non si parla. Il che compiace ovviamente la Chiesa Cattolica; non il buon senso. Né convince dare la colpa di tutto e sempre all’Occidente. In Messico il conquistatore Cortez era certo avidissimo di oro, ma accanto ai teocalli trovò collinette di crani, i resti di atzechi appena scannati. Il terzomondismo del Social Forum non bada all’orrore che sarebbe stato il Sud del mondo anche senza i bianchi. Gli preme delegittimare le istituzioni dell’Occidente; le sole invece che possano avviare e gestire un progetto di equilibrio ecologico globale. Ma più di Polanyi, nel cuore dei no global c’è il comandante Guevara, che però nella crisi di Cuba reclamava le atomiche. Lui non era contro il nucleare. Eppure tra 1990 e 2005 il consumo di combustibili fossili in Cina e nell’Asia orientale raddoppierà, sino a raggiungere un volume quasi paragonabile a quello degli Usa. Già nel 2005 sarà impossibile continuare a prendersela solo cogli Stati Uniti. Se il Social Forum non si lasciasse guidare da così tanti reduci marxisti falliti, lo si prenderebbe più sul serio. Corriere della sera 8 novembre 2002 |
| E SE FOSSIMO TROPPI? |
| di Geminello Alvi |
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Abbondano in questi giorni le cattive notizie sull’ambiente, di quelle che non
pochi lettori ormai leggono apposta di sfuggita, nervosi d’evitare l’ansia che dopo
ne deriva. La stessa che eccita invece gli antiglobalisti, che in sfilata saltelleranno
come tarantolati per protestare contro l’aria che inquina, però felici se importiamo
più immigrati. Quasi estinti i Verdi, prevale una confusa miscela d’ecologia
e terzomondismo. Blandita da schiere di canzonettisti che denigrano quel consumismo
a cui debbono i loro soldi. E che, come tutti gli altri, obliano che, pure in Italia,
i guai ambientali hanno una causa non meno potente del capitalismo: l’eccesso di
popolazione. Nell’Italia di Michelangelo e Leonardo c’erano 25 abitanti per chilometro quadrato, oggi ce ne sono 191, ovvero più di sette volte tanto. Il che significa che i quasi 58 milioni di italiani sono così fitti che, distribuiti equidistanti, l’uno potrebbe vedere quello accanto. Ma in Lombardia e Campania la densità è almeno doppia. Per non dire dei 7 mila abitanti a chilometro quadro di Milano, dove appunto non si respira bene. Si giustifica qualche claustrofobia, che s’aggrava purtroppo se a queste aritmetiche aggiungiamo un altro calcolo, quello di quanti abitanti può reggere l’Italia. In uno studio del 1989 si calcolava il fabbisogno di spazio necessario allora a nutrire, far lavorare e respirare aria pulita a un abitante medio. Se ne deduceva che una popolazione di circa 30 milioni era quella ecologicamente ottimale per l’Italia. Forse si esagerava, limitando l’insediamento in collina a soli 5 milioni di persone, al fine di allargarvi le foreste bastanti ad assorbire l’anidride carbonica prodotta. Ma correggendo questo e altri dati si potrebbe salire a circa 38 milioni. Pur sempre venti in meno di quelli odierni. E non v’è dubbio che calcoli come questi sono disputabili. Ma i conti del Living Planet Report 2000 elaborato dall’Onu, dal Wwf internazionale e da altri istituti, li confermano. Nel rapporto si è calcolata, nazione per nazione, l’impronta ecologica d’ogni singolo abitante, ovvero la terra coltivata per produrre i suoi alimenti, compresi i pascoli, le foreste necessarie per ottenere il legname che consuma e assorbire l’anidride carbonica che produce, la superficie necessaria per ospitare la sua abitazione e i luoghi dove lavora. Il risultato è per l’Italia un deficit ecologico. Secondo Living Planet , per mantenere gli italiani in un modo sostenibile per l’ambiente ci vorrebbe più di un’altra Italia e mezzo. La conclusione non tiene in conto le importazioni di alimentari, energia, legnami dall’estero. Ma, considerandole, rieccoci a gravitare verso l’intervallo ottimale di 30-38 milioni detto sopra. Calcoli come questi sono fatti di mille semplificazioni certo contestabili. Ma hanno un gran pregio: costringono a riflettere sul fatto che, per quanta buona volontà ci si metta a diminuire le automobili, mangiare meno carne, asfaltare e cementificare di meno, c’è un più originario vincolo umano. Dimezziamo le auto, ripopoliamo la collina, aumentiamo le foreste, votiamoci al vegetarianesimo, bene alla fine, dopo qualche decennio di tali solerzie, avremo elevato forse di una decina di milioni il livello del la popolazione ecologicamente ottimale. Difficile fare meglio. E allora sarebbe bene riflettervi. Per esempio se il regredire della popolazione è male per i conti dell’Inps o dell’assistenza sanitaria, potrebbe essere bene per l’ambiente. Dunque se c’è bisogno di lavoratori, sarebbe più ecologico farvi fronte elevando i salari, e riconvertendo l’istruzione, invece d importare immigranti a milioni. Se siamo già troppi, vacillano tanti luoghi comuni degli ecologisti consueti. |