Indice dei post

 

GLI ALLEGRI CADAVERI

“Stecchiti”, un’inchiesta irriverente e divertente su un tema macabro
di Mary Roach

 


Articoli di questo genere inducono a pensare che nell’esser membri della specie umana non ci sia nulla di cui vantarsi. — Carpanix

 

Lo spettacolo della ghigliottina

Per vedere se l’anima si trova nel cervello basta tagliare la testa a uno e chiederglielo. Esperimenti simili, per quanto sembri strano, si fecero in Francia grazie alla ghigliottina.

 
 
«Sono una curiosa; come tutti i giornalisti, sono quasi un voyeur», confessa Mary Roach, autrice di Stecchiti, libro davvero insolito che per oltre un anno è stato in classifica sul New York Times e ora esce da Einaudi Stile Libero (trad. di Michela Volante, pagg. 250, euro 12). L’autrice separa subito i cadaveri (oggetto della sua indagine) dalla morte: la morte è una cosa seria e dolorosa, i cadaveri non sempre. Così ripercorre le tappe della nostra ignoranza, quando l’umanità si dannava per sapere se la sede del pensiero fosse il fegato, il cuore o la testa. Il dubbio non era solo teoretico: i chirurghi del passato, complice la ghigliottina (vedi il brano anticipato in questa pagina) cercarono di capire se la testa senza corpo avesse una sua autonomia e quale. La preistoria dei trapianti (anche di teste animali) è piena di orrori. D’altra parte troviamo medici che si sforzano di pesare, su letti trasformati in bilance di precisione, il corpo del morente e subito dopo quello del morto. La differenza (ventuno grammi) sarebbe il peso dell’anima (l’ha raccontato anche un film recente). Troviamo inoltre medici che inchiodano su una croce cadaveri o vi legano volontari vivi per studiare la veridicità della Sindone e storie (spesso leggende) sul mangiare mummie o cadaveri immersi nel miele a scopo terapeutico. Una delizia: il libro, non il cadavere.

Per esser davvero sicuri che la sede dell’anima si trovi nel cervello, non avreste che da tagliare la testa a una persona e chiederglielo; però la domanda gliela dovreste fare alla svelta, perché un cervello non più irrorato scivola nell’incoscienza nel giro di dieci o dodici secondi. In aggiunta, dovreste aver insegnato a questo poveretto a rispondervi battendo le palpebre; infatti, staccato dai polmoni, non avrebbe più aria nella laringe e quindi non sarebbe più in grado di parlare. Però si può fare. E se il tizio cui avete tagliato la testa sembrasse grossomodo lo stesso individuo di prima, forse un po’ meno tranquillo, allora avreste la risposta: l’io risiede proprio nel cervello.

Nel 1795, a Parigi, mancò poco che un esperimento molto simile riuscisse. Quattro anni prima, la ghigliottina aveva sostituito il nodo scorsoio come strumento ufficiale dei boia. L’aggeggio aveva preso il nome dal dottor Joseph Ignace Guillotin, che tuttavia non ne era l’inventore. Lui si era limitato a fare pressione perché entrasse nell’uso basandosi sull’assunto che «la macchina per decapitare», come preferiva chiamarla, era un modo di uccidere più istantaneo, e di conseguenza più umano.

Poi gli capitò di leggere una cosa di questo tenore:

Sapete che non vi e alcuna certezza del fatto che, quando la ghigliottina separa una testa dal corpo, i sentimenti, la personalità e l’io siano aboliti all’istante? (…) Non sapete che la sede dei sentimenti e della capacità di giudizio è nel cervello, che questa sede della coscienza può continuare a operare perfino quando la circolazione del sangue è interrotta? Quindi, finché il cervello conserva la sua forza vitale, la vittima sa di esistere. (…) La ghigliottina è un supplizio orribile! Dobbiamo ritornare all’impiccagione.

Era una lettera del celebre anatomista tedesco S.T. Sömmering, pubblicata il 9 novembre 1795 sul Moniteur di Parigi (e citata nella biografia di Guillotin, da André Soubiran). Guillotin inorridì, e la comunità medica parigina si agitò. Jean-Joseph Sue, bibliotecario della Facoltà di Medicina, si disse d’accordo con Sömmering, sicuro che le teste potessero vedere, udire, sentire e pensare. Cercò di convincere i colleghi a tentare un esperimento: «prima, del supplizio di un disgraziato», alcuni amici dell’infelice avrebbero dovuto concordare con lui un codice basato sul movimento delle palpebre o delle mascelle, che la testa avrebbe potuto usare dopo l’esecuzione per indicare se fosse «pienamente cosciente della sua agonia». I colleghi di Sue rifiutarono l’idea come spaventosa e assurda e l’esperimento non si fece.

Ciononostante, il concetto di testa vivente si era fatto strada nell’opinione pubblica e anche nella letteratura popolare. Segue una conversazione fittizia tra due boia, tratta da Mille e un fantasmi di Alexandre Dumas:

—  Ma voi credete che siano morti perché sono stati ghigliottinati?
—  Certamente.
—  Allora, si vede proprio che non guardate nel cesto, quando sono là tutte insieme. Non avete mai visto come storcono gli occhi e digrignano i denti ancora per cinque minuti dopo l’esecuzione? Siamo obbligati a cambiare il cesto ogni tre mesi tanto rovinano il fondo.

Poco dopo le dichiarazioni di Sömmering e Sue, Georges Martiri, un assistente del boia ufficiale di Parigi e testimone di circa centoventi decapitazioni, fu interrogato in merito alle teste e ai loro movimenti dopo l’esecuzione. Soubiran scrive che egli (com’era prevedibile) si dichiarò propenso a credere che la morte fosse istantanea. Affermò di aver osservato quelle centoventi teste per alcuni secondi e che sempre «gli occhi erano fissi, l’immobilità delle palpebre totale. Le labbra già bianche». La medicina fu i momentaneamente rassicurata e lo scandalo svanì.

Ma per la scienza francese, l’argomento delle teste non era ancora chiuso. (…) Nel 1857, il medico francese Brovm-Séquard tagliò la testa a un cane («Je décapitai un chien») per vedere se riusciva a rimetterla in attività con iniezioni arteriose di sangue ossigenato. Otto minuti dopo che, la testa e il collo erano stati separati, cominciarono le iniezioni. Due o tre minuti più tardi, il dottore notò dei movimenti oculari e dei muscoli dei muso, che gli parvero diretti dalla volontà. Nel cervello dell’animale, evidentemente, succedeva qualcosa.

A Parigi, grazie al regolare approvvigionamento di teste ghigliottinate, era solo una questione di tempo prima che qualcuno tentasse l’esperimento su un essere umano. Per un lavoro simile non c’era che un uomo soltanto, un uomo che in seguito si sarebbe fatto un nome (più d’uno, probabilmente) praticando strani interventi sui corpi al fine di risuscitarli: costui era Jean Baptiste Vincent Laborde, (…) che consigliava un prolungato tiramento di lingua per risvegliare i pazienti in coma scambiati per morti.

Nel 1884 le autorità francesi iniziarono a fornire a Laborde le teste dei prigionieri ghigliottinati perché potesse studiare lo stato del cervello e del sistema nervoso (resoconti di questi esperimenti furono pubblicati in varie riviste mediche francesi, fra cui la più importante è la Revue Scientifique). Si sperava che Laborde sfatasse quella che lui chiamava la terrible légende, cioè che fosse possibile che le teste ghigliottinate avessero coscienza, anche solo per un istante, della loro condizione (in un cesto, senza più un corpo). Quando una testa arrivava in laboratorio, egli praticava subito dei fori nel cranio, infilando degli aghi nel cervello per cercare di suscitare delle reazioni nel sistema nervoso. Sulla scorta di Brown Séquard, tentò anche di rianimare le teste irrorandole di sangue.

(…) Con la testa di Gagny, Laborde arrivò vicinissimo a ripristinare la normale funzione cerebrale. Poteva provocare la contrazione delle palpebre, della fronte e delle mandibole. In un’occasione, la mascella di Gagny si richiuse così violentemente che si sentì un forte claquement dentaire. Tuttavia, poiché erano passati venti minuti fra la caduta della mannaia e la trasfusione sanguigna (la morte cerebrale irreversibile interviene dopo sei-dieci minuti), il cervello di Gagny era certamente troppo degradato per poter essere ricondotto a qualcosa che somigliasse alla coscienza, e restò in una felice ignoranza della sua triste condizione. Il chien, da parte sua, decisamente meno vigoureux, passò i suoi ultimi minuti a vedere il proprio sangue trasfuso nella testa di qualcun altro e senza dubbio produsse anche lui qualche claquement dentaire.

Ben presto Laborde si disinteressò delle teste, ma due ricercatori francesi, Hayem e Barrier, continuarono dal punto in cui lui si era fermato. Crearono una specie di fabbrica casalinga trapiantando un totale di ventidue teste di cane, usando sangue equino e di cani vivi. Costruirono una ghigliottina da tavolo adatta specificamente al collo dei cani e pubblicarono articoli sulle tre fasi dell’attività neurologica successiva alla decapitazione. Monsieur Guillotin sarebbe stato profondamente deluso nel leggere le conclusioni tratte dopo la prima (o convulsiva) fase. La fisiognomica della testa, scrivevano, esprime stupore o «une grande anxiété», e sembra avere ancora, per tre o quattro secondi, una certa coscienza del mondo esterno.

da “La Repubblica” del 12 ottobre 2005, p. 49