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QUESTIONE DEMOGRAFICA

di Pier Luigi Lando

 

Mentre la cronaca quotidiana (più o meno nera) ci riporta sempre più sconcertanti episodi di maltrattamento di bambini all’interno della famiglia, nella scuola e in ogni dove, per non dire delle condizioni di disagio che essi sperimentano ormai quasi normalmente — per mancanza di opportunità di gioco, per le condizioni di vita (si fa per dire) in ambienti che né gli architettetti né gli urbanisti hanno previsto per i bambini — da più parti si fa riferimento al calo demografico come problema di primo piano.

E si continua a considerare la nascita di esseri umani, di futuri cittadini in rapporto a criteri economico-finanziari.

Si continua a ignorare la componente umana del problema demografico a tal punto che possiamo leggere su un quotidiano di destra l’aberrante rilievo che: “servirebbe un tasso di natalità del 2.1 per donna, siamo solo all’1.2”. L’autore si consola constatando che anche la sinistra, ricredendosi, riconosca come problema il “baby sboom” (questa espressione è adoperata da un altro giornalista sullo stesso numero), giacché “la denatalità non porta come conseguenza solo la deflazione in termini di consumi e di guadagni, ma anche di impoverimento più profondo delle società soggette a questo flagello che coinvolge il patrimonio”.

Più in generale, si ritiene che per invogliare le coppie a produrre figli occorra sostenere economicamente la famiglia.

A parte l’auspicabilità che quasi nessuno dei nostri sia così citrullo da ritenere che con un sostegno di qualche milione, e per un certo numero d’anni (mi pare che in genere si parli dei primi tre anni) si risolva o si ridimensioni in modo consistente il problema dell’allevamento di un figlio in più, rimango sbalordito nel leggere o sentire le argomentazioni che si ritengono valide a favore dell’incremento delle nascite.

TRA L’ALTRO SI GIOCA SULL’EQUIVOCO DELL’“UNA TANTUM” CHE, MI RISULTA ESSERE INTESO DA MOLTI, ANCHE LAUREATI, NON COME UNA VOLTA SOLA, MA COME UN CONTRIBUTO OGNI TANTO!!!

Non pretendo che i demografi si mostrino in grado di tenere conto di quelle esigenze psicologiche (che dico? delle esigenze di cuccioli di esseri umani) che stanno alla base di una soddisfacente evoluzione della personalità: tra l’altro, che i soggetti in età evolutiva possano avere spazi e opportunità, almeno per qualche momento della giornata, non dico di scatenarsi, di fare chiasso — cosa impensabile in buona parte dei nostri appartamenti, ormai urbanizzati anche in periferia e in provincia), ma di giocare senza avere l’assillo dei familiari preoccupati di non disturbare i vicini o altri familiari indisposti o che per vari motivi non possono tollerare le più naturali attività di gioco indispensabili per la crescita del corpo e di quasi tutte le altre dimensioni della persona.

Eppure Platone aveva avvertito i suoi contemporanei (e perché no?, anche i nostri) che il bambino che non gioca è l’adulto che non sarà in grado di lavorare. Egli, insomma, aveva riconosciuto il gioco come importante fattore di crescita.

Si potrà sperare che, al più presto, in nome dei nostri figli, dei nipoti, delle future generazioni, finalmente non si pensi di risolvere problemi fondamentali per la nostra specie, per la nostra società, mediante soluzioni tampone, e che si desista dal lenire serie sofferenze esistenziali e relazionali con pezze calde e si sia in grado di guardare al di là del proprio naso, adoperandosi in ogni modo per avvicinare le condizioni di vita alle più genuine esigenze della persona?

Come si può ritenere di invogliare le coppie a mettere al mondo una propria creatura, adducendo loro motivi così cinicamente lontani da considerazioni umane?

Tra l’altro, in base a ben specifiche ricerche sul campo, autorevoli addetti ai lavori ci hanno da tempo avvertito che la famiglia nucleare, isolata da un contesto comunitario, sia pure con le migliori intenzioni di questo mondo, e in perfetta buona fede, genera nei figli vari problemi, specialmente di ordine psicosomatico, rischiando, quindi, di introdursi in un tunnel dove, non raramente, per tutta la vita, faranno carriera di malati, nonché di persone con problemi che producono sofferenze per sé e per gli altri.

Mentre mi propongo di tornare con altre considerazioni sul modello di famiglia, soprattutto per apportare un contributo per la ricerca di un contesto affettivo-relazionale più adatto alle nuove generazioni, mi limito, per ora, a un cenno al problema di un corrispettivo adeguamento della scuola, specialmente di quella primaria.

Mi domando — quasi adeguandomi al tipo di considerazioni utilitaristiche dianzi criticate — a chi giova mettere al mondo bambini destinati a venire allevati in condizioni psico e socio patogene?

Capisco che, anche nel caso in cui essi finiranno come clienti delle varie istituzioni, da quelle sanitarie a quelle giuridiche (sorvolo su altri tipi di utenze, come quelle illegittime e illegali), saranno preziosi a fini economico-finanziari, ma è per motivi di questo genere (ribadisco il concetto e il mio assillante dubbio) che i nostri connazionali potranno essere invogliati a divenire genitori?

 

Roma, 27 luglio, 1997 Dr. Pier Luigi Lando
Neuropsichiatra infantile