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UN MONDO TROPPO PICCOLO PER TUTTI NOI

di Giorgio Bocca

 


Giorgio Bocca, in queste poche righe, prova a toccare il tema del sovraffollamento/sovrappopolazione. Nonostante l’apparente buona volontà, il noto giornalista fallisce nel momento stesso in cui evita con deliberata cura di toccare il tasto dolente delle soluzioni — “riduzione della popolazione”, “controllo delle nascite” e simili non sono espressioni che possano entrare impunemente nel frasario di chi scrive su giornali ad ampia tiratura. L’autocensura, se non la censura, è sempre all’opera. — Carpanix

Il nostro Federico Rampini, che da parecchi anni insegue per il mondo il dio progresso, arrivato in Cina ha dovuto gettare la spugna. Anche questo Oriente estremo ci ha tradito, anche il dio dei draghi che sputano fuoco e del libretto rosso, del filantropo assassino Mao. Nelle città cinesi non si respira più, le multinazionali studiano la rotazione dei loro impiegati per non dover pagare i danni altissimi alla loro salute, la nube dell’inquinamento fa del giorno un lungo crepuscolo rossastro, il cerchio infernale si sta chiudendo. Un’umanità asfissiata, sudata, allergica a tutti i veleni si muoveÊfra stanchezza e tossi bronchitiche. I governi più efficienti, le organizzazioni sanitarie più avanzate, i sociologi più profetici si ritrovano accomunati nella ineluttabilità del fatto compiuto che solo qualche decennio fa sembrava lontanissimo e che ora è sotto gli occhi di tutti. Il mondo è troppo piccolo per tutti noi e per i nostri consumi.

Oggi la corsa all’autodistruzione della specie — di cui profetavano come dei maniaci i Buzzati e i Peccei e di cui noi cronisti avevamo vaghe percezioni — è visibile, tangibile dietro ogni angolo, in una serie di pieni e vuoti da infarto. A seguire ogni fine settimana questo alternarsi di corse verso l’asfissia e di fughe sempre più faticose dalla medesima, si ha chiara la certezza che i tempi della sussistenza, da corti, si van facendo cortissimi.

Non si vedono ripari possibili. Una domenica sono stato trascinato da amici e parenti in una di quelle valli appenniniche, fra Parma e Chiavari, dove pochi anni fa salivano solo i pensionati dell’Inps per la cura delle acque diuretiche. Ora sono strapiene di auto giganti, di folle colorate che divorano tonnellate di brasati. Gente venuta qui per la gioia delle montagne, che sarebbero dei cocuzzoli sui mille metri, senza un albero, con vista di altri cocuzzoli. E anche in questi villaggi sperduti si fanno code ai ristoranti, ai cessi, ai bar, ai distributori di benzina finché arriva l’ora di ridiscendere nella grande valle del Po, dove nei piazzali di sosta, davanti agli autogrill, si accalca una umanità sudata, sfinita, che non fa in tempo a rifocillarsi in un salone delle vendite ed è già pronta a reimmettersi nella fiumana dei veicoli. E per fortuna che, alla stazione autostradale di Milano, hanno predisposto cento uscite per il tratto finale, che è di pura angoscia perché non sai come si troverà una strada per tutti, una casa per tutti, nel formicaio urbano. E così la prossima domenica, fino al blackout totale.

da “Il Venerdì di Repubblica” del 14/07/2006