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HOMO STUPIDUS STUPIDUS

di Giovanni Sartori

 

Autore: Tizio Caio
Data: 18/08/03 - 10:05

 

Quest’anno è stato caldissimo? Non c’è dubbio: sì. Fa troppo caldo sin da maggio e l’estate è stata torrida. L’esperto conferma: la Terra non è mai stata così calda da 500 milioni di anni. Capito? Da 500 milioni di anni. Non c’è da scherzare. Sarà così, e anche peggio, negli anni che verranno? Temo di sì. Beninteso, è impossibile prevedere se l’anno prossimo sarà caratterizzato da alluvioni o da siccità. Ma è sicuro che il clima è diventato estremizzato. Così come è sicura la linea di tendenza: che il riscaldamento della Terra è crescente e che sta raggiungendo livelli pericolosi. Per Martin Rees, un autorevole esperto di cosmologia e astrofisica, c’è solo una probabilità su due che la razza umana arrivi al prossimo secolo. Rees ricorda che il nostro pianeta è già incorso in cinque cicli di estinzione, la più celebre delle quali, 65 milioni di anni fa, fece sparire i dinosauri. E ora, conclude, l’ homo sapiens sta approntando una sesta estinzione: la propria.
Secondo il paleontologo Michael Benton, la temperatura della Terra sarebbe solo a sei gradi dal livello nel quale le forme di vita che conosciamo (ivi inclusa la nostra) non potranno sopravvivere. Perché proprio sei gradi non so. Ma è chiaro che il clima è già sbilanciato e che, quando un sistema di equilibri si squilibra, scattano dinamiche ingovernabili e imprevedibili. Nessuno aveva previsto la subitanea impennata di calore di quest’anno. Tutti prevedevano un crescendo più lento. Ma perciò il segnale di allarme è serio.
La domanda ora è: che cosa possiamo fare per bloccare una catastrofe ecologica? Ma prima dobbiamo eliminare le risposte irresponsabili di chi sostiene che non occorre fare nulla perché «tutto è normale», perché il clima della Terra è sempre stato ciclico, oppure che non possiamo fare nulla perché i cicli di riscaldamento e di raffreddamento sono prodotti da cause naturali.
Entrambe queste risposte sono ormai abbondantemente confutate. I cicli naturali sono sempre stati a decorso lento, mentre noi stiamo subendo sconvolgimenti rapidissimi. Quanto alle cause naturali, la National Academy of Science degli Stati Uniti è perentoria: «Ogni suggerimento che il riscaldamento degli ultimi vent’anni sia prodotto da cause naturali, e specialmente da un crescente irradiamento del sole..., è semplicemente non sostenibile».
Allora, è sicuro che la causa primaria dello stravolgimento del clima siamo noi. Sul come rimediare globalmente (il problema è senza dubbio globale) ho scritto un libro che non saprei riassumere in poche righe. Qui importa sollecitare una presa di coscienza del problema e segnalare alcune cose che sono subitissimamente da fare. Cinque anni fa, proprio per Ferragosto, scrivevo un pezzo intitolato «La vergogna degli incendi». La vergogna è oggi più vergognosa che mai. Gli incendi sono quasi tutti dolosi. Ma non riesco a ricordare quanti fuochisti siano mai stati condannati ai 15-20 anni previsti dalla legge. Eppure, gli incendiari (e i loro mandanti) sono tra i criminali più rovinosi e spregevoli di tutti.
C’è poi il problema incalzante dell’acqua, che andrà sempre più a mancare. In Sicilia gli invasi non sono allacciati e al Sud gli acquedotti perdono per strada metà dell’acqua. Ma il governo punta su opere faraoniche (il ponte sullo Stretto di Messina) e non si cura di dissetare persone e terre. Intanto, al Nord si stanno liquefacendo i ghiacciai che alimentano d’estate i fiumi. C’è qualcuno che propone qualcosa? No: ci limitiamo a pregare per la pioggia. Altro che homo sapiens sapiens; siamo al cospetto dell’homo stupidus stupidus.


 

EQUILIBRI? NECESSARIA UNA NUOVA ETICA

 

Autore: Carpanix
Data: 19/08/03 - 20:40

 

Leggo sempre con piacere gli scritti di quel disincantato pensatore che è Giovanni Sartori, purtroppo sottoposto ad una forma di tacita censura da parte degli organi di massima diffusione dell’informazione, che preferiscono soffermarsi su contenuti diametralmente opposti, o più semplicemente e ancora più spesso, disperatamente vacui.

Per quanto concerne “Homo stupidus stupidus”, ritengo che il maggior valore dello scritto stia nell’evidenziare la nostra incapacità di cogliere la globale complessità degli equilibri alla base dell’ecosistema che ci sostiene e ci permette di vivere.

A questo proposito vorrei porre in risalto come la stupidità dell’umanità nel suo complesso divenga particolarmente grave quando si sposa con la presunzione.

Uno stupido consapevole dei propri limiti, evita solitamente di imbarcarsi in imprese al di là della propria portata, limitandosi a vivere umilmente la propria vita ed evitando comportamenti a rischio.
Purtroppo noi umani, nel complesso, siamo tutt’altro che umili! A giudicare dalle azioni, pare che la nostra struttura biologica implichi un delirio di onnipotenza che solo un forte azione di contrasto culturale è in grado di minimizzare. Questo contrasto culturale è venuto progressivamente meno, spazzato via dall’affermarsi di quelle credenze religiose per le quali l’uomo, ed egli solo, è il prescelto di un ipotetico essere superiore. L’antropocentrismo insito in queste religioni ha posto le basi per la nostra rovina, poiché ha legittimato ed alimentato la nostra naturale presunzione, privandola di ogni freno.

Pensare che l’uomo possa ristabilire gli equilibri dell’ecosistema nell’ambito di un’impostazione culturale di tale natura costituisce un ulteriore esercizio di ingenua superbia, poiché sottintende che ancora una volta sarà l’uomo a farsi protagonista di un equilibrio da esso progettato e posto in essere.

Purtroppo, la progettazione e la gestione di un equilibrio globale rientrano, a mio vedere, nell’ambito di quanto sta ben oltre le oggettive capacità dell’uomo. Troppe sono le variabili in gioco, troppi i fenomeni sconosciuti o solo parzialmente noti coinvolti nei processi che portano un intero pianeta all’equilibrio. Un po’ di sana umiltà non guasterebbe: l’uomo non è il centro dell’universo, nessun dio che non sia un frutto delle nostre fantasie lo ha legittimato ad elevarsi a tale ruolo, né il suo processo evolutivo lo ha portato a sviluppare doti intellettive abbastanza “robuste” da renderlo capace di affrontare un simile ruolo.

La situazione che deriva dagli squilibri planetari indotti dall’uomo è quindi destinata a non poter essere risolta? La mia risposta è che il ripristino di quegli equilibri non potrà derivare da un ruolo attivo dell’uomo, quanto piuttosto da un suo ruolo passivo.

La soluzione sta probabilmente nell’invertire il processo culturale che ha portato a mitizzare le possibilità e il ruolo dell’uomo, in modo da indurlo a comprendere che un lento ripristino degli equilibri globali può essere ottenuto solamente ridimensionando in primis se stesso.
A quel punto, e non prima, potrebbero finalmente seguire azioni coerenti con questa nuova, più umile umanità in grado di sentirsi “una specie tra le tante”, consapevole di essere abilitata ad esistere solo in virtù delle profonde interazioni tra innumerevoli esseri tutti egualmente importanti. Un’umanità che cessasse finalmente di autoeleggersi “fine ultimo” e di rappresentarsi come il culmine di una piramide biologica tutta ideale e per nulla credibile, potrebbe forse modificare in modo significativo la propria condotta.

Le conseguenze di una “conversione” di questa portata sarebbero innumerevoli, tanto da non potere essere previste nella loro totalità. Probabilmente si svilupperebbe una nuova etica, in base alla quale diverrebbe imperativo tanto a livello collettivo quanto individuale [almeno ad un livello astratto] il “passare senza lasciare traccia duratura”, inteso come il più elevato mezzo per dimostrare il proprio “valore”. Probabilmente si svilupperebbe una profonda sensazione di comunanza con le altre forme viventi, non più viste come semplici “oggetti” da sfruttare per il proprio capriccio, ma come compagni indispensabili per la nostra sopravvivenza: l’uccisione di uno dei polli del proprio cortile cambierebbe completamente significato, così come l’estirpazione della piantina di lattuga del proprio orto. Probabilmente la consapevolezza del dolore che la nostra stessa esistenza ci costringe ad infliggere ad altri esseri viventi porterebbe all’accettazione della necessità di ridurre la consistenza numerica della nostra specie per mezzo di un efficiente e responsabile controllo delle nascite e ad una più consapevole accettazione della nostra caducità e del suo significato. Insomma, una nuova etica più adatta ad un mondo ormai esausto potrebbe sostituire il modello pericolosamente obsoleto proprio delle religioni e delle culture antropocentriche.

Sono consapevole che le resistenze nei confronti di un cambiamento di questo genere sono enormi, e che probabilmente esso non avrà luogo prima del collasso dell’ecosistema che ci mantiene in vita. Sono però altresì convinto che, senza una simile profonda revisione preventiva della nostra etica, ogni tentativo di sanare la situazione che abbiamo generato non potrà che essere destinato all’insuccesso o anche all’aggravamento ulteriore di una condizione già drammatica.

Buona riflessione!
Carpanix


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