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UNO STUDIO RIVELA CHE L’ECOSISTEMA DELLA TERRA
È SULL’ORLO DI UN COLLASSO IMPROVVISO

dalla rivista “Nature” — 11/10/2001
traduzione di Carpanix

 


Quanto segue è un sunto delle notizie sugli studi pubblicati l’11 ottobre del 2001 sulla rivista “Nature”, seguito dal testo completo dell’articolo [“Catastrophic Shifts In Ecosystems” di Marten Scheffer, Steve Carpenter, Jonathan A. Foley, Carl Folke, e Brian Walker, Nature #413, 10/11/01, pp. 591-596]. I collegamenti alle fonti sono disponibili a pie’ di pagina].

 

Uno studio scientifico sconvolgente condotto da un gruppo internazionale di scienziati ha concluso che l’assalto dell’umanità all’ambiente ha ridotto molti ecosistemi — dalle barriere coralline e le foreste tropicali alle acque lacustri e costiere — in una condizione così fragile che anche il più piccolo mutamento, da una siccità a un incendio o un’alluvione, può condurli a un collasso catastrofico.

Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista “Nature”, ha rivelato che l’impatto umano su molti degli ecosistemi del mondo potrebbe portarli a un mutare, con segnali minimi o nulli, dalla loro condizione naturale stabile a condizioni molto differenti e degradate, alquanto meno capaci di sostenere le varie forme di vita, inclusa quella umana.

Marten Scheffer, ecologo dell’Università di Wageningen in Olanda e autore principale dello studio, ha detto: «I modelli hanno previsto questa situazione, ma solo in tempi recenti si sono accumulate prove sufficienti per segnalarci che la resistenza di molti ecosistemi importanti è minacciata al punto che anche il più piccolo mutamento può portarli al collasso».

Il pensiero scientifico e sulla tutela convenzionale sostiene che gli ecosistemi quali i laghi, gli oceani, le barriere coralline, le foreste o i deserti rispondono lentamente al cambiamento climatico, all’eutrofizzazione, al degrado dell’habitat e ad altri tipi di impatto umano. Ma il nuovo studio scuote questo paradigma evidenziando che invece, dopo decenni di cambiamento continuo imposto dalle attività umane, molti degli ecosistemi naturali del mondo sono ora suscettibili a cambiamenti catastrofici improvvisi. In forte contrasto con il pensiero ambientalista convenzionale, i ricercatori dipingono un quadro di cambiamenti di stato inaspettatamente improvvisi e drastici, per esempio da foreste lussureggianti e punteggiate da laghi, ove piante ed animali abbondano, a deserti aridi e brucianti privi di tutto se non delle forme di vita più resistenti.

Il coautore Jonathan Foley, climatologo dell’Università di Wisconsin-Madison e direttore del Centro per la Sostenibilità e l’Ambiente Globale presso l’Istituto per gli Studi Ambientali di UW-Madison, ha detto: «Nell’affrontare i quesiti sulla deforestazione o sulle specie a rischio o sul cambiamento climatico, lavoriamo sulla premessa che un’oncia di inquinamento equivale ad un’oncia di danni. Si scopre ora che questo presupposto è completamente sbagliato. Gli ecosistemi possono andare avanti per anni, esposti all’inquinamento o al cambiamento climatico, senza mostrare alcun cambiamento e quindi, all’improvviso, possono mutare in una condizione completamente diversa, con poco o nessun preavviso».

Foley, che sostiene che tali cambiamenti possono essere irreversibili, ha detto: «L’idea che la natura possa improvvisamente passare da una condizione ad un’altra è preoccupante. Per centinaia d’anni ci è stato insegnato a pensare in modo lineare; ci piace pensare alla natura come a un qualcosa di semplice. Ma ora sappiamo che non possiamo fare affidamento sul fatto che gli ecosistemi agiscano in modo semplice».

Il coautore Stephen Carpenter, limnologo presso l’Università di Wisconsin-Madison e ex-presidente della Società ecologica Americana, ha detto che questa nuova consapevolezza della non-linearità del cambiamento ecologico — per la quale gli ecosistemi sottoposti a stress, a fronte della spintarella giusta, sono capaci di passare rapidamente da uno stato apparentemente stabile a qualcosa di completamente differente — si sta facendo strada nella comunità scientifica. La comprensione del fatto che gli ecosistemi sono coinvolti in un delicato equilibrio è emersa quando gli scienziati sono divenuti più abili nello studiare interi sistemi ecologici.

Carpenter, un’autorità nel campo dei laghi, ha detto: «Ci accorgiamo che stiamo cogliendo uno schema comune nel mondo. I cambiamenti graduali della vulnerabilità si accumulano e, alla fine, dopo uno shock per il sistema (un’alluvione o una siccità), ci si ritrova in un regime differente. Diventa un collasso che si autoalimenta».

Scheffer ha detto: «Modifichiamo sistematicamente le condizioni sulla Terra, quali la temperatura ed i livelli di nutrienti. Di solito presumiamo che le cose sono a posto se la natura non sta cambiando troppo, e che potremmo sempre invertire la rotta facendo “un passo indietro” se le cose sembrano mettersi troppo male. Il nostro articolo evidenzia che questo modo di pensare non regge. Possiamo vedere pochi effetti fino al momento in cui si raggiunge il punto di rottura. Una volta che il cambiamento catastrofico si è verificato, la strada per tornare indietro è solitamente molto difficile».

Lo studio ha rivelato che queste alterazioni cataclismiche derivano dal cedimento della resistenza degli ecosistemi degradati senza tregua dalle attività umane. Le implicazioni della perdita della resistenza degli ecosistemi, dicono gli autori dell’articolo, sono “profonde”, alla luce dell’attuale gestione delle risorse. Essi sostengono: «I cambiamenti di regime possono implicare una drastica perdita di biodiversità, così come di risorse utili per gli umani».

Scheffer ha detto: «Siamo testimoni di un cambiamento di condizioni indotto dagli umani tremendamente rapido a confronto di quanto accaduto nella maggior parte dei tempi passati. Nessuno dei cambiamenti che si verificheranno impedirà alla natura di funzionare in un modo o nell’altro. Però, alcuni dei cambiamenti più rapidi possono coglierci di sorpresa e non solo provocare una tremenda perdita di biodiversità, ma anche giocare un ruolo devastante nell’uso che l’uomo fa della natura tanto in senso economico quanto in senso più ampio.

Carpenter ha detto: «Tutto questo è portato dalla crescente suscettibilità degli ecosistemi. Uno shock che in precedenza non avrebbe gettato un sistema in uno stato differente, ha ora il potenziale di farlo. In effetti, è piuttosto facile che accada». Carpenter ha citato il lago Mendota, un lago urbano di Madison, nel Wisconsin, che è forse il lago più studiato al mondo. Esso ha visto un’immissione costante di sostanze nutrienti quale il fosforo proveniente dal dilavamento delle aree agricole e dei pascoli trattati chimicamente, da quando i terreni circostanti sono stati sottoposti a sviluppo e arricchiti artificialmente.

Carpenter ha detto: «Negli ultimi 150 anni, abbiamo immesso una enorme quantità di fosforo nel lago Mendota, e questo ha provocato una grande proliferazione delle alghe in acque che un tempo erano molto limpide». Nel 1993, gli scienziati hanno osservato i livelli di nutrienti salire repentinamente dopo che un’unica, intensa pioggia aveva dilavato i nutrienti dai terreni circostanti riversandoli nel lago. Carpenter ha detto: «Questo incremento del fosforo ha reso semplice per il lago Mendota il passaggio ad uno stato eutrofico» caratterizzato da schiume verdi in superficie. Invertire il processo di eutrofizzazione è difficile a causa dell’accumulo del fosforo nei suoli e nei sedimenti.

Altri scienziati hanno detto che le prove a sostegno delle affermazioni dell’autore sono presenti in tutto il mondo.

William Schlesinger, docente di biochimica e decano della Nicholas School sull’Ambiente e sulle Scienze della Terra presso la Duke University di Durham, N.C., ha detto: «Trovo che il mio stesso lavoro nel Nuovo Messico meridionale, dove ho visto un cambiamento diffuso da sistemi di prateria semiarida, che erano pascoli produttivi, a terreni coperti da sterpaglie aride, evidenzia ciò che questi autori descrivono nelle regioni desertiche. Un cambiamento ambientale improvviso ha colpito questi ecosistemi a livello globale».

Schlesinger ha detto: «Non dovremmo confidare sulla reazione degli ecosistemi ai cambiamenti ambientali globali in corso. Ciò che può sembrare graduale e poco importante potrebbe produrre grandi, indesiderabili cambiamenti negli ecosistemi e nella produttività dei sistemi agricoli e forestali dai quali tutti dipendiamo».

 

Fonti:

http://www.sciencedaily.com/releases/2001/10/011011065827.htm
http://www.enn.com/news/enn-stories/2001/10/10122001/s_45241.asp
http://www.eurekalert.org/pub_releases/2001-10/uow-acc100501.php
http://www.nature.com/nature/links/011011/011011-3.html (per accedere è richiesta l’iscrizione)

 

Traduzione di Carpanix
Versione originale in inglese: fai click qui.