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LO SVILUPPO SOSTENIBILE È UN OSSIMORO: NON SI PUÒ AVERE TUTTO

di Jeremy Seabrook

 

“Guardian” — Lunedì 5 agosto 2002

Ovunque al mondo la gente si trovi di fronte alle conseguenze della rovina ecologica, dice: “Le cose non possono andare avanti così”. Ogni volta che sentiamo dell’estinzione di una qualche creatura della quale sappiamo a malapena il nome, ogni volta che veniamo a sapere che l’anno trascorso è stato uno dei più caldi mai registrati, quando vediamo salvare dall’ennesima marea nera qualche uccello marino ricoperto di petrolio, ogni volta che vengono pubblicate statistiche che mostrano come i più elevati tassi di crescita dell’incidenza del cancro riguardano quei tumori che interessano il sistema riproduttivo umano — la cervice, le ovaie, la prostata, i testicoli, il seno — siamo portati a ripetere: “Le cose non possono andare avanti così”. Ma quando arrivano le bollette, quando si avvicina il momento di pagare il mutuo, la carta di credito o le vacanze, quando ci accorgiamo di quanto la nuova generazione sia legata alla crescita continua dell’economia, ci rendiamo conto che le cose non possono andare in altro modo che così. Devono andare avanti così. Il nostro reddito dipende da questo. Dobbiamo rifugiarci nelle contraddizioni di un mondo nel quale la vivibilità è in conflitto con la vita.

Abbiamo vissuto per molto tempo con questa doppia consapevolezza. L’idea che il cambiamento sia vitale per la sopravvivenza a lungo termine deve coesistere con la certezza che qualsiasi cambiamento ci venga in mente è semplicemente impensabile. Conservare le risorse dalle quali dipende ogni sistema sociale ed economico confligge con la necessità ancora più urgente di proteggere quel sistema di creazione della ricchezza grazie al quale compriamo quotidianamente quanto ci serve per vivere.

Questo dilemma apparentemente insolubile ha portato a un terribile immobilismo e a una terribile paralisi politica. La gente prova una sensazione di impotenza che la allontana dalla politica. L’apatia, in questo contesto, non dovrebbe essere presa per quel che sembra. Essa rappresenta piuttosto un ritiro, un disimpegno. Le discussioni su questi temi, ammesso che avvengano, avvengono tra ristrette cerchie di esperti, in luoghi segreti lontani dall’esperienza quotidiana. Quando le preoccupazioni di base dell’umanità vengono escluse da un dibattito politico confuso e truccato, cosa ci può essere di più razionale che tirarsene fuori?

Non stupisce che la gente trovi impossibile vivere in una simile contraddizione. La maggior parte tenta disperatamente di fuggirne. Qualunque cosa è preferibile all’oppressione e all’impotenza. Ne siamo sopraffatti. Speriamo che tutto ciò scompaia, o venga risolto da chi ne sa più di noi. Può essere che si possa rimandare tutto al futuro — proprio come abbiamo archiviato tutte le altre bollette non pagate. Se possiamo rimandare il giorno della resa dei conti nella nostra vita di ogni giorno — solitamente ricorrendo a nuovi prestiti — perché dovremmo non poter fare altrettanto nel contesto globale?

Ma sappiamo che tutto ciò consiste solo nel prendere tempo — l’ultima risorsa nel mercato universale. Quando George Bush il Giovane rifiutò di firmare la convenzione di Kioto sul riscaldamento globale sostenendo che non si deve consentire che nulla interferisca con gli interessi economici degli Stati Uniti, non stava facendo altro che ripetere la saggezza di George Bush il Vecchio che, al summit di Rio, pronunciò le sue famose parole “lo stile di vita americano non è negoziabile”. Il loro impegno per una salvezza economica fondamentalista semplicemente accantona l’imperativo ecologico.

Eppure si credeva che la soluzione al grande scontro tra ecologia ed economia fosse stato scoperto negli anni ‘80: quella soluzione era l’idea dello “sviluppo sostenibile”, trionfalmente esposto come una reliqua nella dichiarazione di Rio. L’equità intragenerazionale sarebbe bilanciata dalla giustizia intergenerazionale per assicurare che non dobbiamo prendere alla Terra più di quanto possiamo restituirle. L’entusiasmo generato da questa formula nascose la possibilità che essa potesse costituire una contraddizione in termini: quando un desiderio illimitato viene sguinzagliato in un mondo dalle risorse limitate, qualcosa deve compensarlo. I “frutti” dell’indutrialismo si trasformano in strani ibridi — forse, alla fin fine, non commestibili.

Come tutti i concetti coraggiosi offerti dagli ambientalisti, lo sviluppo sostenibile era condannato a finire come tutto il resto del lessico infido dei cosiddetti “sviluppisti” — empowerment, partecipazione, abbattimento della povertà, inclusiveness, e così via: idee assorbite e ridefinite in termini riconducibili a privilegio. “Sostenibile” significa ora “ciò che il mercato (non la Terra) può sostenere”; ciò che in origine significava adattare la tecnosfera industriale in modo tale che non distruggesse il pianeta, ora indica il potere di rigenerazione dell’economia, non importa a che prezzo per l’“ambiente”. È “sostenibile” ciò che permette ai ricchi e ai potenti di cavarsela.

E ne hanno ricavato proprio tanto, come ci dicono le statistiche sulla mancanza di equità. Il capitalismo — o, le sue diverse facce criminali quali globalizzazione, società industriale e economia — deve dare l’impressione di riconciliare la crescita con la conservazione. La gestione politica della contraddizione comprende il rassicurare la gente che possiamo avere tutto senza problemi. Possiamo tutti diventare più ricchi e al tempo stesso più “verdi”. Viene perfino suggerito che per proteggere l’ambiente serve più ricchezza.

La globalizzazione è basata sulla promessa che i poveri possono diventare un po’ meno poveri solo se i ricchi diventano incommensurabilmente, esageratamente più ricchi: se l’intenzione dell’umanità è mandare in rovina la Terra, non sarebbe stato possibile immaginare una formula più efficace. Se il paradigma industriale fosse partito dal riconoscimento della capacità di carico limitata del globo, ne sarebbe immediatamente emersa la questione dell’allocazione delle risorse e la giustizia nella distribuzione — quel vecchio spettro che la ricchezza e il potere pensavano di avere esorcizzato — sarebbe tornata a ossessionare il mondo.

Nel decennio tra Rio e Johannesburg, il conflitto tra economia ed ecologia si è acutizzato. Nonostante gli sforzi per bandirlo da una politica interna sempre più banale, ossessiona la coscienza dell’epoca. Mentre alcuni si sono allontanati dalla politica, alla ricerca del paradiso nel campo della vita privata, altri hanno cercato risposte più plausibili, come testimonia la crescita tanto della destra razzista quanto degli antiglobalizzatori. L’estrema destra afferma con ammirevole lucidità: siamo dei privilegiati; altri vorrebbero diventarlo; noi non lo permetteremo. La sinistra fuorilegge disturba allo stesso modo il controllo della politica da parte dei conservatori di ogni colore. I nazionalismi xenofobici vengono contrapposti ad un internazionalismo basato sulla giustizia sociale. Questa è la nuova lotta e nasce direttamente dagli sforzi per sopprimerla — la scomoda e, soprattutto, insostenibile tregua tra il sistema naturale e quello creato dall’uomo.

A dispetto di tutte quelle convenzioni così attentamente elaborate, gli estremisti stanno definendo questioni considerate improponibili; essi sono i portatori delle lotte a venire. Chi ha mai creduto che la globalizzazione economica sarebbe avvenuta senza conseguenze politiche tali da portare le tensioni al punto di rottura e da trovare una via d’uscita dall’approvazione senza alternative del nuovo ordine? Senza dubbio i potenti a Johannesburg faranno del proprio meglio per dissimulare tutto ciò dietro un impegno ancor maggiore verso la sostenibilità, l’abbattimento della povertà e l’integrità ambientale; la cosa migliore per guadagnare ancora un po’ di tempo per l’asserzione paralizzante secondo la quale, sebbene le cose non possano andare avanti così, esse devono comunque andare avanti così.