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STIAMO SPENDENDO LA NOSTRA GRANDE EREDITÀ: E DOPO?

di Walter Youngquist
traduzione di Carpanix

 

In oltre 500 milioni di anni, i processi geologici hanno accumulato per noi un ricco conto in banca — il petrolio. Il “conto” in realtà era costituito da molti conti — alcuni grandi, altri piccoli — in varie parti del mondo. Nel 1859, il E.L. Drake diede inizio alla ricerca moderna con il suo ormai famoso pozzo nei pressi di Titusville, in Pennsylvania. La caccia si diffuse presto in tutti gli Stati Uniti e, quindi, nel mondo. Con equipaggiamenti sempre più sofisticati per leggere gli indizi che rivelavano dove fosse nascosta questa eredità, abbiamo avuto sempre più successo nel trovarla.

Esattamente, quanto successo abbiamo avuto? Quanta parte di questa eredità petrolifera abbiamo trovato e quanta ne rimane da trovare? Nel loro articolo “La fine del petrolio a buon mercato”, pubblicato nel numero del marzo 1998 di Scientific American, i geologi Colin J. Campbell e Jean H. Laherrere di Petroconsultants, a Ginevra, notarono che il mondo ha consumato oltre 800 miliardi di barili di petrolio e ne ha trovato o ne dispone come scorta altri 850 miliardi di barili. Essi stimano che rimangano solo 150 miliardi di barili circa ancora da scoprire. Apparentemente, abbiamo avuto molto successo nella ricerca, avendo già consumato, secondo le loro stime, quasi la metà delle risorse complessive del mondo di circa 1.850 miliardi di barili di petrolio.

Ora che siamo prossimi ad avere consumato la metà del petrolio del mondo, quanto presto raggiungeremo il picco massimo nella produzione petrolifera? Questa domanda è stata oggetto di discussioni per molti anni, dando come risultato varie previsioni per quanto riguarda il picco nella produzione petrolifera mondiale o regionale. Molte di queste previsioni si sono già dimostrate sbagliate. Una stima, però, era corretta. Nel 1956, come mettono in evidenza Campbell e Lagerrere, il geologo della Shell Oil M. King Hubbert predisse che gli Stati Uniti avrebbero raggiunto il picco della produzione petrolifera verso il 1970. La sua previsione fu ignorata o derisa dal pubblico e da molti geologi, ma Hubbert aveva ragione a questo proposito.

Quando si discute il futuro del petrolio, la domanda comunemente posta è: «Quanto durerà il petrolio?». Si tratta della domanda sbagliata. Quantità insignificanti di petrolio verranno probabilmente prodotte nel 2100 e forse anche oltre. La data critica è quando verrà raggiunto il picco nella produzione petrolifera e quando la domanda mondiale non potrà più essere soddisfatta. Da quel momento in poi, ci sarà sempre meno petrolio da spartirsi, in contrasto con la felice situazione attuale nella quale ne abbiamo sempre di più. È probabile che il declino della produzione petrolifera mondiale toccherà più persone e in modi più svariati di qualsiasi altro evento nella storia umana.

Poiché molte delle stime riguardanti la data del picco nella produzione petrolifera mondiale si sono rivelate sbagliate, a volte si dà per scontato che previsioni quali quella di Hubbert saranno a loro volta sbagliate. Potrebbe essere vero, ma la domanda è: «Quanto sbagliate?». Coi dati ora disponibili, molto più numerosi che in passato, le curve che rappresentano la produzione stanno divenendo ben definite.

Il grafico teorico della vita produttiva di una risorsa limitata indica un periodo di circa trent’anni tra il picco nelle scoperte e il picco nella produzione. Applicando queste curve al petrolio, con la nuova tecnologia quale la perforazione orizzontale, la sismica tridimensionale, e metodi di recupero secondari, possiamo predire che il picco della produzione (dopo il picco mondiale nelle scoperte della metà degli anni ‘60) avrà luogo in un periodo compreso tra i 40 e i 45 anni. Ma Campbell e Laherrere affermano: «Escludendo una recessione globale, sembra molto probabile che la produzione mondiale di petrolio convenzionale raggiunga il suo picco durante il primo decennio del XXI secolo». La loro stima combacia con quanto molti altri, me compreso, hanno detto. Nel suo articolo “Crude Oil and Alternative Energy Production Forecasts for the Twenty-first Century: The End of the Petroleum Era” (“Petrolio greggio e previsioni circa la produzione di energie alternative per il XXI secolo: la fine dell’Era del Petrolio”), J.C. Edwards colloca il picco nel 2020 — una previsione più ottimistica delle altre, ma ancora chiaramente riferita a tempi prossimi.

Come importante indizio dell’epoca del picco, la Chevron Corporation, nel 1997, annunciò la scoperta di un campo petrolifero in mare, al largo dell’Angola. Essi affermarono che avrebbe potuto contenere un miliardo di barili, e questa sembrava essere la maggiore scoperta che la compagnia avesse fatto negli ultimi 10 anni. Un giacimento da un miliardo di barili costituisce un bel premio. Ma in “An Analysis of U.S. and World Oil Production Patterns Using Hubbert Curves” (“Una analisi degli andamenti della produzione petrolifera statunitense e mondiale secondo le curve di Hubbert”), un articolo recentemente fornito per essere pubblicato, Albert A. Bartlett calcola che aggiungere un miliardo di barili alle disponibilità mondiali di petrolio sposterebbe il picco nella produzione petrolifera di appena a 5,5 giorni! La sua valutazione indica le proporzioni dell’attuale appetito mondiale di petrolio e quanto stia diventando difficile alimentarlo. Importanti regioni che hanno superato il momento della loro massima produzione comprendono gli Stati Uniti (1970), il Nord America (1984) e la ex-Unione Sovietica (1987).

Singole nazioni (diverse dagli Stati Uniti) che hanno già superato il picco nella produzione petrolifera comprendono la Libia (1969), l’Iran (1973), la Romania (1976), Trinidad (1977), il Brunei (1979), il Perù (1981) e l’Egitto (1993). La lista dei produttori in declino permanente sta crescendo e comprenderà alla fine anche le nazioni del Golfo Persico, che ora detengono il grosso del petrolio mondiale rimanente. Colpisce la differenza nella produzione petrolifera per pozzo tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita: la produzione giornaliera per pozzo in Arabia Saudita è di circa 5.600 barili. La produzione giornaliera per pozzo negli Stati Uniti è di 11,3 barili.

 

Uscire dall’affare del petrolio

Quale che sia la previsione accettata del momento del picco nella produzione petrolifera mondiale, ci sono due fatti innegabili: il mondo consuma attualmente circa 26 miliardi di barili di petrolio all’anno, ma nei nuovi giacimenti ne stiamo scoprendo meno di 6 miliardi di barili all’anno. La data del picco nella produzione petrolifera mondiale è importante, ma è anche importante il fatto che questa si verificherà entro l’arco di vita della maggior parte della gente oggi vivente — e molto prima di quanto generalmente ci si aspetti. Rimane poco tempo per cominciare ad adattare lo stile di vita e l’economia all’era post-petrolifera che sta arrivando.

Gli Stati Uniti non possono più emettere quei grossi assegni dal proprio conto in banca. Le riserve petrolifere sono scese da un massimo di 39 miliardi di barili nel 1970 agli attuali 22 miliardi di barili e la produzione giornaliera totale è precipitata nello stesso periodo da oltre 9 milioni di barili a 6,4 milioni di barili. Ora importiamo più petrolio di quanto ne produciamo. Così stiamo emettendo i nostri assegni petroliferi caricandoli sul contro in banca di qualcun altro — principalmente dei Paesi del Golfo Persico, della Nigeria, del Messico e del Venezuela. Ma quando la produzione petrolifera mondiale raggiungerà il proprio picco massimo, gli assegni che potremo emettere dovranno divenire sempre meno consistenti. Alla fine, quegli assegni saranno insignificanti, relativamente alle necessità mondiali. Avremo speso la nostra eredità petrolifera. E poi?

 

Sorgenti di energia alternative

Se la gente comune pensa per un poco al petrolio come ad una risorsa finita, il placebo popolare è: «Gli scienziati penseranno a qualcosa». Cosa abbiamo pensato fino ad ora? Lo schema sottostante risponde a questa domanda.

Sorgenti di energia alternative

Rinnovabili

Non rinnovabili

Legname/altre biomasse Sabbie petrolifere/petrolio pesante
Idroelettrico 1 Idrati di gas
Solare Scisti petroliferi
Eolico Carbone
Maree Fissione nucleare, fusione 2
Conversione dell’energia termica oceanica (OTEC) Geotermia 3

1. Rinnovabile solo entro il periodo di esercizio degli invasi.
2. Se mai si riuscirà ad ottenerla, può essere ritenuta rinnovabile, dal momento che la disponibilità di combustibile è enorme.
3. Fino a questo momento, la produzione di energia elettrica in tutti i siti di qualità è in declino.

Questo è essenzialmente lo spettro completo di tutte le energie alternative. Non ci sono indicazioni, per il futuro prevedibile, di altre fonti significative di energia.

La domanda è quanto efficacemente queste fonti possono individualmente o collettivamente sostituire il petrolio? L’argomento è ampio, ma si può mettere in evidenza qualche fatto saliente. Il mondo usa circa 72 milioni di barili di petrolio al giorno. Anche solo sostituire tale quantità con una fonte di energia equivalente è un compito immane. Un equivalente del petrolio potrebbe essere il carbone, ma ricorrervi in scala significativa richiederebbe il più grande progetto di estrazione che il mondo abbia mai visto.

Ci sono 2.000 miliardi di barili di kerogene (non di petrolio) negli scisti petroliferi del Altopiano del Colorado. Ma tentare di modificare il kerogene in petrolio p costato alle compagnie petrolifere miliardi di dollari in progetti sperimentali. Tutti sono stati abbandonati, inducendo a dire: “Petrolio dagli scisti — combustibile del futuro — sarà sempre così”. Le sabbie petrolifere di Athabasca, in Canada, contengono 2.000 miliardi di barili di petrolio (vero petrolio). Oggi, ne vengono prodotti circa 500.000 barili al giorno. Moltiplicateli per 10 e avrete 5 milioni di barili al giorno. I problemi del raggiungere concretamente una simile moltiplicazione sono enormi, e 5 milioni di barili al giorno devono essere posti a confronto con i 19 milioni di barili al giorno usati dagli Stati Uniti e con i 72 milioni di barili al giorno usati nel mondo intero. Le sabbie petrolifere saranno d’aiuto — un po’, per una certa quantità di tempo.

 

Energie rinnovabili

L’etanolo è una perdita di energia netta — richiede il 70% di energia in più di quella che si può ottenere dal prodotto stesso. Altre risorse prodotte per mezzo di biomasse mostrano, nei migliori dei casi, una bassissima resa energetica netta. Nel loro completo studio “Feasibility of Large-Scale Biofuel Production” (“Fattibilità della produzione di biodiesel su larga scala”), Mario Giampietro, Sergio Ulgiati e David Pimentel scrivono: «La produzione su larga scala di combustibile di provenienza biologica non costituisce una alternativa all’uso corrente del petrolio e non è neanche una scelta consigliabile per sostituirne una porzione significativa».

Le due alternative energetiche suggerite più popolari, eolico e solare, soffrono del difetto di essere fonti energetiche inaffidabili e intermittenti, il prodotto finale delle quali è l’elettricità. Non disponiamo di un modo per immagazzinare grandi quantità di elettricità da usare quando il vento e la luce solare non sono presenti. L’energia geotermica e quella ricavabile dalle maree sono fonti di energia insignificanti sul totale, ma possono essere importanti a livello locale. L’energia nucleare può essere una fonte di energia ricca, qualora gli aspetti legati alla sicurezza fossero garantiti (e sarebbe possibile) — ma, ancora una volta, il prodotto finale è l’elettricità. Non si intravede neppure lontanamente alcun tipo di accumulatore in grado di fornire l’energia necessaria ad alimentare degli scavatori, dei macchinari agricoli pesanti quali trattori e mietitrebbie, né degli autocarri a 18 ruote che debbano attraversare il Paese.

L’elettricità può essere usata per ottenere idrogeno dall’acqua per usarlo come combustibile? È possibile, ma l’idrogeno è difficile da immagazzinare e pericoloso da maneggiare. E non è in vista alcun sistema energetico per rimpiazzare il kerosene come combustibile per motori a reazione, che oggi spinge un Boeing 747 a circa 600 miglia all’ora [circa 965 kmh - N.d.T.] senza sosta per un viaggio di 14 ore da New York a Città del Capo (attualmente il volo aereo più lungo). Continuiamo a cercare il Sacro Graal dell’energia — la fusione — ma contenere il calore del sole a 10 milioni di gradi centigradi è ancora un speranza abbondantemente fuori della nostra portata.

 

Un divario

Il che ci riporta alla data del picco nella produzione petrolifera. Anche se presupponiamo che le fonti alternative potrebbero in qualche modo colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa del petrolio, l’arco di tempo necessario per metterle in produzione in quantità sufficiente per sostituirlo quando scomparirà evidenzia chiaramente, nel migliore dei casi, un ampio divario. Lo scienziato e statista inglese Sir Crispin Tickell ha ben definito la nostra situazione: «Abbiamo fatto rimarchevolmente poco per ridurre la nostra dipendenza da un combustibile [il petrolio] che costituisce una risorsa limitata e per la quale non si prospetta alcun sostituto completo». Tutte le fonti di energia alternativa devono essere implementate, ma sentiremo dolorosamente la mancanza del petrolio.

Stiamo consumando ciò che è, da molti punti di vista, una risorsa insostituibile. Abbiamo visto tutti l’adesivo sul paraurti di enormi RV [RV = Recreational Vehicles = Veicoli per l’intrattenimento: grandi veicoli fuoristrada o sportivi, privi di una vera utilità ma molto dispendiosi in termini di acquisto e di consumi - N.d.T.]: «Stiamo spendendo l’eredità dei nostri figli». Quel RV e gli oltre 600 milioni di veicoli alimentati a benzina e gasolio al mondo, stanno proprio facendo quello — poiché trangugiano petrolio.

Siamo molto fortunati a vivere in quel breve, brillante intervallo della storia umana reso possibile da un’eredità di mezzo miliardo di anni costituito dal processo di formazione del petrolio. Raramente dedichiamo un pensiero al bilancio in rosso nel conto petrolifero che stiamo lasciando alle generazioni future. Quando non potranno più essere emessi assegni perché quell’eredità sarà esaurita, l’economia e lo stile di vita mondiale saranno destinati a subire grandi cambiamenti. La vita andrà avanti, ma sarà piuttosto differente da quella attuale. La maggior parte della gente ora vivente vedrà l’inizio di quei tempi.

Fortunatamente, come sostengono Campbell e Laherrere, la produzione petrolifera non crollerà di botto. Stiamo semplicemente per rimanere senza il petrolio a buon mercato del quale abbiamo potuto godere fino ad oggi. Questo ci dà il tempo di sviluppare tante alternative quanto possibile e di pensare ai cambiamenti nello stile di vita (quale ad esempio un incremento nei trasporti pubblici) per preparare un “atterraggio morbido” nell’era post-petrolifera. Ad ogni modo, con il picco nella produzione petrolifera mondiale ormai chiaramente in vista, è ora tempo di mettere in atto i dovuti aggiustamenti.

 

Walter Youngquist

Per molti anni, il Dott. Youngquist ha studiato ed osservato il petrolio e le fonti di energia alternativa in 70 Paesi. Ha conseguito la sua laurea in geologia presso l’Università dell’Iowa. È membro emerito dell’Associazione Americana dei Geologi Petroliferi (AAPG) e è socio della Società Geologica d’America e dell’Associazione Americana per il Progresso delle Scienze.

 

Ulteriori letture

 

da Geotimes, Luglio 1998, pagine 24-26
Traduzione di Carpanix
Versione originale in inglese: fai click qui.