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COLIN CAMPBELL A PROPOSITO DEL PETROLIO

di Michael C. Ruppert
traduzione di Carpanix

 


Quello che è forse il principale esperto mondiale di petrolio e commercio petrolifero conferma la sempre più evidente realtà del mondo del “Dopo 11 Settembre”.

 

Oct. 23, 2002, 17:30 PDT (FTW) — Colin Campbell è sia un accademico che un affarista. Istruito a Oxford e in possesso di una laurea Master è stato al servizio in qualità di geologo per l’Università di Oxford, Texaco, British Petroleum (BP) e Amoco (prima della fusione tra BP ed Amoco). Ha prestato servizio come funzionario presso Shenandoah Oil, Amoco, Fina ed è stato Presidente della Nordic American Oil Company. È stato consulente sul petrolio per il governo bulgaro così come per Statoil, Mobil, Amerada, Total, Shell, Esso e per la Petroconsultants a Ginevra. È coordinatore e editore dell’Associazione per lo Studio del Picco nella Produzione Petrolifera e fiduciario del Centro di Analisi sull’Esaurimento Petrolifero a Londra.

Come membro della Società Americana dei Geologi Petroliferi, della Società Geologica di Londra e dell’Istituto Petrolifero di Londra ha tenuto oltre 35 conferenze sull’esaurimento delle risorse petrolifere in tre continenti. Tra chi lo ha ospitato si annoverano istituti universitari, governi e case automobilistiche. I suoi lavori sono stati pubblicati oltre 150 volte nel campo, comprendendo anche il libro del 1997 “La crisi petrolifera in arrivo” (“The Coming Oil Crisis” — Multi-Science Publishing Co. & Petroconsultants).

Prima di cominciare questa intervista è necessario per il lettore capire diversi fattori critici riguardo al petrolio e alla sua produzione. Tutti questi fattori hanno effetto su quanto voi e l’industria pagate per il petrolio, quanto ne è disponibile, e cosa questa merce di prima necessità può fare. Quasi ogni attività umana, dai trasporti, alle manifatture, alla plastica e, specialmente, alla produzione di cibo, è inestricabilmente interconnesso con la disponibilità di petrolio e gas naturale. La produzione alimentare commerciale è alimentata dal petrolio. Tutti i pesticidi sono a base di petrolio, e tutti i fertilizzanti commerciali sono a base di ammoniaca. L’ammoniaca è ricavata dal gas naturale.

Tutta la produzione petrolifera segue una curva a campana, tanto a livello di singoli giacimenti quanto a livello globale. Nella fase ascendente della curva i costi di produzione sono significativamente più bassi rispetto a quanto avviene nella fase discendente, nella quale sono richiesti sforzi aggiuntivi per estrarre petrolio da giacimenti in via di esaurimento. Il petrolio migliore e più facile da produrre viene sempre estratto per primo allo scopo di massimizzare i profitti. In cento anni, l’umanità ha usato la metà del petrolio disponibile sul pianeta, petrolio che ha richiesto milioni di anni per formarsi e che è il risultato di condizioni climatiche che si sono verificate in una sola epoca nella storia della Terra, durata 4,5 miliardi di anni. Il petrolio è una risorsa non rinnovabile.

L’evento chiave per l’Era del Petrolio non è il suo esaurimento, ma il raggiungimento del picco massimo nella sua produzione, specialmente perché la domanda e la popolazione stanno aumentando. La produzione pro-capite mondiale di petrolio ha raggiunto il suo picco nel 1979 e da allora è andata calando. Stiamo vivendo ora il picco nel volume produttivo totale mondiale, anche perché la domanda o, per meglio dire, il bisogno di petrolio sta crescendo rapidamente.

Diversi fatti sono ormai assodati. Primo, la quantità residua di petrolio convenzionale è stimata in circa 1.000 miliardi di barili. Secondo, attualmente (non fra cinque o dieci anni) al mondo si usano ottanta milioni di barili di petrolio al giorno. Col tasso di consumo attuale, ci sarebbe petrolio sufficiente per soli altri 35 anni, nel migliore dei casi. Ma il petrolio che rimane diverrà sempre più costoso da produrre e tenderà ad essere di minore qualità, richiedendo costi maggiori per la raffinazione di quello usato fino ad ora. Tutti quei costi dovranno essere recuperati sotto forma di adeguamento dei prezzi o, in alcuni casi, di impennate nei prezzi. Le impennate dei prezzi portano invariabilmente alla recessione. L’economia mondiale è basata sulla vendita di prodotti che o sono ricavati dal petrolio, o richiedono energia ricavata da idorcarburi (compreso il gas naturale) per funzionare, vuoi per combustione interna, vuoi sotto forma di elettricità.

Le diverse regioni del mondo raggiungono il picco nella produzione di petrolio in momenti diversi. Gli Stati Uniti lo hanno raggiunto nei primi anni ‘70. Anche l’Europa, la Russia e il Mare del Nord hanno raggiunto il loro picco. Le nazioni OPEC del Medio Oriente stanno per raggiungerlo. Entro alcuni anni essi, o chiunque lo controlli, avranno in mano l’economia mondiale e, in sostanza, della civiltà umana nel suo complesso. Due delle nazioni che raggiungeranno il proprio picco per ultime sono l’Arabia Saudita e l’Iraq, e comunque non prima della metà del prossimo decennio. L’Arabia Saudita contiene il 25% di tutto il petrolio del pianeta. L’Iraq ne contiene l’11%.

La scienza e l’industria petrolifera hanno confermato che rimane ben poco petrolio da scoprire, sicuramente non abbastanza da determinare una qualche differenza in questo triste scenario, uno scenario che spiega in parte gli eventi del 9 settembre e quelli successivi.


FTW Quali saranno i probabili effetti dell’entrare nella fase discendente della produzione?
CAMPBELL Bella domanda. Messa in modo semplice: guerra, fame, recessione economica, magari anche l’estinzione dell’homo sapiens, dal momento che l’evoluzione della vita sulla Terra si è sempre verificata per mezzo dell’estinzione delle forme di vita troppo specializzate (quando la loro nicchia ecologica cambiava per ragioni geologiche o climatiche), lasciando alle specie più semplici il compito di continuare, dando vita a nuove specie più adatte. Se l’homo sapiens sa come tornare alla sempicità, sarà il primo a farlo.
   
FTW Quanto ci vorrà prima che si comincino a sentire gli effetti della riduzione delle risorse petrolifere?
CAMPBELL Li stiamo già sentendo — nella forma della minacciata invasione del Medio Oriente da parte degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti importeranno il 90% del proprio fabbisogno petrolifero entro il 2020, anche solo per sostenere la domanda attuale, ed è stato dichiarato da tempo che l’accesso al petrolio straniero è un interesse nazionale che giustifica l’intervento militare. Probabilmente la penuria globale degli idorcarburi liquidi non si noterà per una ventina d’anni, specialmente se una recessione sempre più grave terrà bassa la domanda. Ma la gente sta per rendersi conto che il picco è imminente e cosa ciò significhi. Alcuni posti, come gli Stati Uniti, si troveranno di fronte alla carenza di petrolio prima di altri. È probabile che i prezzi si inaspriscano col calare della disponibilità, il che potrebbe già di per sé comportare un ritardo nel raggiungimento del picco.
Se gli Stati Uniti invaderanno l’Iraq ci sarà probabilmente un secondo Vietnam, con molti anni di infruttuosi combattimenti nei quali gli U.S.A. saranno visti come un tiranno e un oppressore, nel loro uccidere tutti quegli arabi. Non possono sperare di soggiogare quel posto in eterno, dal momento che la gente del luogo non si arrende facilmente — come hanno dimostrato i Palestinesi. Così, quando alla fine gli U.S.A. se ne andranno, la Russia e la Cina saranno probabilmente i benvenuti per produrre quanto sarà rimasto tra le rovine.
  
FTW Le compagnie petrolifere stanno attualmente riducendo le proprie dimensioni? Se è così, perché?
CAMPBELL Le compagnie più importanti si stanno fondendo e ridimensionando e non investono in nuove raffinerie perché sanno molto bene che la produzione è destinata a scendere e che le possibilità di esplorazione diventano sempre minori. Chi trivellerebbe sotto 10.000 piedi [3.408 metri - N.d.T.] d’acqua se ci fosse ancora qualche altro posto più accessibile? Me le compagnie devono incantare il mercato e, in una fusione, quella che acquisisce nasconde il collasso del fratello più debole. Il personale viene ridotto in seguito alla fusione e il capitale complessivo è molto inferiore alla somma dei capitali originari. Inoltre, molti dirigenti e banchieri ricavano un sacco di soldi dalla fusione stessa.
  
FTW Quanto petrolio rimane veramente?
CAMPBELL

Dovete pensare a diverse categorie di petrolio. Parlando di petrolio convenzionale, che è il materiale più economico e di facile accesso che ha trovato maggiore impiego fino ad oggi e che dominerà le forniture ancora a lungo, rimangono circa 1.000 miliardi di barili. A questi bisogna aggiungere:

  1. il petrolio che deriva dal carbone, dagli “scisti”, dalle sabbie catramose, il petrolio pesante — le scorte sono molto vaste, ma l’estrazione è lenta e costosa, e produce a volte un’energia netta negativa [cioè si perde in termini energetici più di quanto si ottiene - N.d.T.]
  2. Petrolio in acque profonde (a profondotà superiori ai 500 metri) — circa 60 miliardi di barili
  3. Petrolio in zone polari — potrebbero essere circa 30 miliardi di barili
  4. liquidi del gas naturale — circa 300 miliardi di barili
  
FTW Sappiamo che è un fatto che in ogni giacimento petrolifero, così come a livello globale, i costi di estrazione crescono man mano che si procede lungo la curva discendente della risorsa disponibile. Qual è la natura di questo aumento dei costi? Solitamente, sono richiesti investimenti addizionali per le infrastrutture? Esiste un grafico che mostri quanto salgono i costi col calare della produzione?
CAMPBELL Sì, certamente i costi salgono e ogni situazione è diversa. In Texas è ancora possibile estrarre proficuamente da pozzi che producono 5 barili di petrolio al giorno. Ma in mare la soglia è più elevata. È più complicato perché ci sono i costi dell’investimento per le piattaforme e anche consistenti costi di dismissione. Inoltre, le tasse distorcono il quadro, con la maggior parte dei costi di gestione che vengono detratti dalle entrate soggette a tassazione nei Paesi ospitanti, nel Paese d’origine o in entrambi. Ma i giacimenti vengono definiti come sfruttabili in relazione all’economia corrente o a quella prevista, quindi la produzione residuale teorica economicamente non vantaggiosa non viene comunque inclusa. Penso che il punto chiave non sia tanto il limite economico, quanto il momento in cui la produzione di petrolio, anche molto redditizia, entra nella sua fase di declino. La produzione residuale, che è suscettibile alle spinte economiche, è ridotta e non molto importante. Il petrolio ha la caratteristica di essere presente in quantità abbondante o di non essere presente per nulla — principalmente ciò dipende dal fatto che è un liquido che scorre accumulandosi da qualche parte, a differenza del carbone, l’estraibilità del quale dipende dallo spessore delle vene e dalla loro accessibilità.
  
FTW È possibile estrarre tutto il petrolio presente nel sottosuolo? e no, perché?
CAMPBELL Solo una frazione del petrolio contenuto nei giacimenti è estraibile poiché esso non è contenuto in una grande caverna in piccolissimi spazi porosi tra granelli di sabbia. I granelli di sabbia sono rivestiti d’acqua che, quando li fa aderire tra loro, blocca le porosità impedendo ulteriori spostamenti del petrolio. Ci sono anche molte cavità e fessure non in comunicazione tra loro, nelle rocce. Ovviamente, il petrolio leggero è più facile da estrarre di quello pesante. Si può pompare nel giacimento vapore o altro per provare a smuoverlo, cosa che oggi si fa abitualmente, laddove è possibile.

Si dice che l’estrazione è cresciuta dal 30% al 40% grazie alla tecnologia e che in futuro la tecnologia la farà ancora crescere. Ma la maggior parte di questo miglioramento non ha nulla a che fare con la tecnologia. Si tratta invece di una mistificazione dei resoconti. L’industria ha sempre presentato stime iniziali prudenti (per mettere insieme un bagaglio di riserve non dichiarate, così da poterle rivelare negli anni peggiori e così da ridurre le tasse), per cui le riserve crescono naturalmente nel tempo.

Inoltre, estrarre un poco di più ha un impatto minimo sul picco massimo della produzione, che costituisce un punto di volta critico molto più importante del definitivo esaurimento [completo] del petrolio, che potrebbe non verificarsi mai dal momento che una produzione residuale può trascinarsi a lungo.
  
FTW Cosa direbbe a coloro che insistono nel sostenere che il petrolio è stato generato dal magma o che in realtà ce n’è così tanto da non doversene preoccupare?
CAMPBELL Il petrolio a volte si trova in particolari tipi di rocce che possono avere portato la gente ad accettare questa teoria ma, in tutti i casi, c’è una semplice spiegazione basata sulla migrazione laterale dalle fonti normali. Le prove isotopiche dimostrano un chiaro legame con le origini organiche. Nessuno nell’industria petrolifera dà il benché minimo credito a queste teorie: dopo 150 anni di trivellazioni, essi ne conoscono abbastanza in proposito. Un’altra idea fuorviante riguarda il fatto che i giacimenti petroliferi si rigenerino. Alcuni lo fanno, ma semplicemente perché il petrolio filtra in essi da un serbatoio più profondo.
  
FTW Gli oleodotti della zona del Mar Caspio, in Asia centrale, avranno un impatto sulla crisi? Quanto ci vorrà perché entrino in funzione?
CAMPBELL

Circolavano voci che la zona contenesse oltre 200 Gb [miliardi di barili] di petrolio (penso che quelle voci venissero dall’U.S. Geological Survey), ma i risultati dopo dieci anni di lavori sono stati deludenti. L’Occidente è arrivato in loco con grandi speranze. I Russi hanno scoperto Tengiz sulla terraferma nel 1979, con i suoi 6 Gb di petrolio molto profondo e carico di zolfo in un filone. La Chevron lo ha rilevato e ora è in produzione tra grandi difficoltà. Ma in mare hanno scoperto un’enorme zona petrolifera chiamata Kashagan, in un’area geologicamente simile a quella di Tengiz. Se fosse stata piena, avrebbe potuto contenere 200 Gb, ma dopo avere trivellato tre pozzi profondi a costi enormi, si è scoperto che, invece di essere un singolo giacimento, è costituito da filoni. Le riserve sono ora valutate in una misura compresa tra i 9 Gb e i 13 Gb. La BP-Statoil si è ritirata. C’è comunque molto gas nelle vicinanze.

Per mettere le cose in prospettiva, il petrolio in quella zona potrà rifornire il mondo per un po’ più di un anno.

È possibile che la guerra in Afghanistan fosse mirata a garantirsi una testa di ponte in quella zona. Ma l’interesse si è esaurito, insieme alle prospezioni nel Mar Caspio, ora che gli Stati Uniti rivolgono la propria attenzione all’Iraq, dove c’è del petrolio. È surioso che quei due esercizi militari avessero pretesti differenti:

  1. la guerra in Afghanistan era mirata a trovare il presunto organizzatore dell’attentato dell’11 settembre, ed ha fallito l’obiettivo; e
  2. la guerra in Iraq riguarda un’improvviso e inspiegabile timore che quel Paese possa sviluppare alcune discutibili armi che potrebbero rappresentare una minaccia per qualcuno in futuro. La Corea del Nord, che già dispone di armi nucleari e di missili a lunga gittata — e che non è propriamente un Paese amichevole — non è considerato una minaccia. I cinici potrebbero essere perdonati per il loro pensare che ci sia qualche altro motivo per queste mosse militari: potrebbe trattarsi del petrolio?
  
FTW Quando e come si è scoperto che le riserve dell’Asia Centrale sono più ridotte del previsto?
CAMPBELL Credo nel corso degli ultimi 24 mesi, quando i differenti pezzi del puzzle sono andati al loro posto. Non c’è un singolo avvenimento o una data precisa, quanto piuttosto un quadro in evoluzione.
  
FTW Che dire delle fonti sostitutive e delle energie alternative? Le sabbie catramose?
CAMPBELL Sicuramente c’è una serie di alternative, dal vento, al sole, alle maree, al nucleare, ecc. ma oggi come oggi esse contribuiscono solo in percentuale molto ridotta, e neppure si avvicinano al petrolio del passato in termini di costi o convenienza. Senza dubbio la produzione dalle sabbie catramose e dal petrolio pesante potrà essere incrementata in futuro, ma è dolorosamente lenta e costosa, e implica anche costi ambientali. Aiuterà a rendere meno pesante il declino, ma avrà un minimo impatto sugli effetti del picco massimo della produzione petrolifera. La soluzione più semplice sarebbe consumare meno. Siamo utilizzatori di energia estremamente portati allo spreco. Ma questa soluzione implica un radicale cambiamento di atteggiamento e il rifiuto dei principi dell’economia classica, che sono basati su una crescita continua in un mondo dalle risorse infinite. Quei giorni sono finiti, e il problema è esacerbato da una popolazione esorbitante, essa stessa indotta ora al declino, in parte a causa della carenza di energia.
  
FTW Qualcuno ha calcolato quale percentuale di petrolio viene globalmente destinata ad usi militari? Se sì, qual è il risultato del calcolo?
CAMPBELL Non so quanto ne venga usato per scopi militari, ma deve essere una quantità considerevole. Gli Stati Uniti hanno costruito una enorme riserva in Medio Oriente, per la guerra.
  
FTW La Cina entrerà in competizione per il petrolio?
CAMPBELL Sì, la Cina ha un disperato bisogno di importazioni, dal momento che le sue riserve interne si vanno esaurendo. La Cina è stata esplorata molto a fondo. Entrerà in competizione con gli Stati Uniti per l’accesso al petrolio straniero. È già ben piazzata in Iraq.

Ecco come la vedo.

 

[Una discussione più dettagliata della crisi petrolifera mondiale, dei suoi legami con l’11 settembre e delle sue implicazioni per il futuro, sarà contenuta nel libro dell’Editore di FTW, Michael C. Ruppert, “Across the Rubicon: 9-11 and the Last Empire”, la pubblicazione del quale è prevista da parte di Feral House per la primavera del 2003.]


Intervista in esclusiva di From The Wilderness
[© COPYRIGHT 2002, Michael C. Ruppert and FTW Publications,
www.copvcia.com.
Tutti i diritti sono riservati. Può essere ristampato o distribuito esclusivamente senza fini di lucro.]
Traduzione di Carpanix
Versione originale in inglese: fai click qui.